​Il “vento chiaramente contro”. Cosa poteva fare il segretario del Pd, quale miracolo elettorale, in condizioni metereologiche così avverse? E infatti in “un quadro politico particolarmente complicato”, Enrico Letta e i suoi hanno tenuto fede agli impegni elettorali, perdendo senza competere, come avevano promesso. La coerenza prima di tutto: al Pd, con duemila correnti che litigano su tutto e avendo contezza che non c’è speranza di sintesi neanche in futuro, ogni volta annunciano che alle urne perderanno e poi perdono davvero.

A proposito di vento, Letta non ha mai scelto, nella sua non certo vincente carriera politica, di andare “in direzione ostinata e contraria” (come cantava il magnifico De Andre’: lui sì, sarebbe stato un buon segretario Pd). E in questa incertezza d’identità, il Pd e le flebili e mortali speranze della sinistra di opporsi a Giorgia Meloni & Company vanno a farsi benedire. Se non arriva la Schlein al Nazareno, il Pd continuerà a ottenere “un risultato più che significativo che dimostra il suo sforzo coazionale” (parole e testo di Letta, ieri). 

Se la barca affonda per quel maledetto vento c’è qualche marinaio che vuole salvarsi la vita. Per esempio, il leader di Azione, Carlo Calenda, che in ribellione al comandante del bastimento e dopo aver preso anche lui una bella sberla elettorale, ha dichiarato che “centro e la sinistra non sono mai stati in partita, neanche uniti, neanche nell’ipotetico formato del campo largo​”​.​ ​Anche il Terzo Polo non scalda, non fa miracoli neanche la rediviva Letizia Moratti. 

“L’Opa contro il Pd​” di cui parla Letta, che “ha fatto male a chi l’ha tentata​”, con chiaro riferimento al leader del M5S Conte (“Letta ​sembra stappare bottiglie di champagne sulla performance del Pd​” gli ha risposto Giuseppi)​, è la causa per cui sono volati e voleranno stracci tra i partiti dell’opposizione. 

Il centrosinistra se non cambia linguaggio, direzione e ​(al più presto) ​comandante è destinato a diventare un dopolavoro ferroviario, in cui si parlerà sempre al passato​. “Quando c’era lui”: anche Orfini e Zingaretti rischiano di entrare di diritto nella “Hall of Fame” del Partito Democratico.

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