Il ritorno del cialdino. Ma la proposta di Rampelli ha un senso

Sarà una battaglia epocale. E’ solo questione di tempo per il ritorno agli “Anni ruggenti”, quelli del regista Luigi Zampa e Nino Manfredi nei panni di Omero Battifiori, (presunto) ispettore arrivato da Roma a controllare i gerarchi dello sperduto paese di Gioiavallata, in cui il medico locale ordinava cialdini per il mal di testa – al posto dei cachet, termine comune già all’epoca ma francese – ma nessuno lo capiva.

Per “la salvaguardia nazionale e la difesa identitaria” l’onorevole Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia, ha presentato da primo firmatario una proposta di legge per rendere obbligatoria la lingua italiana nelle istituzioni pubbliche e nelle società partecipate. Fin qui tutti d’accordo: i funzionari sgrammaticati che parlano male la lingua o si esprimono, come spesso accade, in dialetto devono essere mandati a corsi di formazione d’italiano. Purtroppo non è questo che vogliono regolamentare, ma “l’abolizione” dell’inglese, ormai lingua padrona, in gran parte degli uffici. Multe da 5 a 100mila euro.

Che faranno al ministero del Made in Italy non si sa. Forse è meglio prepararsi e cambiare subito nome: “Fatto in Italia” non suona poi così male, anche se agli imprenditori dovremmo spiegarne il significato. Sui tavoli dei meeting internazionali torneranno le briosche, i bicchieri di sciampagna o le code di gallo (i cocktails) sui motivi jazz di Luigi Braccioforte (Louis Armstrong). E quando ci saremo stancati di quest’aria così ruggente, da veri underdog (parola non sanzionabile, l’ha detto la presidente del Consiglio), andremo a vivere a Buonaria, in Argentina.

Il bello di tutto è che molti usano ormai impropriamente l’inglese anche per dirci che andranno in bagno e dunque la proposta di Rampelli ha un senso. Perchè l’italiano è una lingua viva, tra le più parlate al mondo, che può assorbire senza fatica i termini stranieri. E va salvaguardata. L’importante, come in tutte le cose, è non esagerare. 

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