Il Paese abituato a scaricare i suoi miti

Coltissimo e divertente, il migliore per distacco. Vittorio Sgarbi è troppo intelligente per non aver previsto che prima o poi il Paese che lo ha esaltato ed eretto a maître à penser pressochè unico a queste latitudini lo avrebbe scaricato, facendogli pagare un conto salatissimo. Il Paese delle istituzioni, che non lo ha mai veramente amato, e infatti Vittorio ha fatto leva per promuovere la Bellezza e ovviamente se stesso, e finchè ha potuto, su Berlusconi. Il Cavaliere lo ha aiutato e difeso fino al momento in cui, dovendo Sgarbi diventare il nuovo Ministro della Cultura, non ha più risposto alle sue chiamate. 

Insomma, un Vittorio a supporto, una sorta di giullare di corte, l’hanno voluto tutti per decenni perchè unico, vero, polemista per principio. Ma lui è molto più di questo: è la risposta alla Cultura bigotta e ingessata che ci viene proposta da sempre, o sei di qui o sei di là, la Cultura di sinistra e quella di destra, categorie che Vittorio certamente ha evitato in ogni stagione; è l’imprevedibilità formale e sostanziale che spetta ai pensatori veri, anche nella critica all’establishment che lo ha sostenuto e foraggiato; è sia l’eccesso del polemista che il rigore del critico d’arte; è insomma una luce, dannunziana o no a seconda dei punti di vista ma certamente autentica, su un panorama per lo più asfittico. 

Costretto alla dimissioni da sottosegretario per aver continuato quella sua vita parallela di eventi, conferenze e quant’altro, la vita insomma che l’ha fatto conoscere e apprezzare, e sotto inchiesta per una presunta acquisizione impropria di opere d’arte, Sgarbi paga oggi il conto che nessun intellettuale di questo calibro, anche volutamente confusionario come lui, avrebbe mai dovuto pagare. Andava difeso, magari solo per principio, ma il Paese che l’ha osannato fino a ieri, come nella “Domenica delle salme” di De Andrè, protesta con un assordante frignare dei grilli che assomiglia a un silenzio e a una condanna.

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