Aristocratico e ribelle. Addio a Philippe Leroy, indimenticato Yanez in “Sandokan”

Con quella faccia un po’ così, come avrebbe detto Paolo Conte, poteva far tutto. Duecento film interpretando le parti più diverse, ricordato forse solo per essere stato Yanez in “Sandokan” ( era il 1976) e magari il Vescovo, con Terence Hill al fianco, nella popolare serie “Don Matteo”.

Ma sarebbe un grande torto dire che Philippe Leroy, scomparso ieri a 93 anni, non è stato un grande attore. Parigino purosangue, italiano d’adozione, erede di una famiglia aristocratica composta di militari e diplomatici, nato marchese, fu ribelle da subito, da quando a diciassette anni si imbarcò come mozzo su una nave per l’America prima e poi arruolandosi nella Legione Straniera. “Il buco”, nella parte di un detenuto che tenta la fuga dal carcere, fu il suo primo film, seguito da altri polizieschi come “Caccia all’uomo” diretto da  Riccardo Freda, e, coprotagonista accanto a Rossana Podestà, in “Sette uomini d’oro” e “Il grande colpo dei 7 uomini d’oro”. 

Passò tutta la vita da attore tra ruoli di “duro”, sempre umano però, e parti in cui recitava se stesso, l’aristocratico che è sempre stato. Altri film per cui lo ricordiamo sono “Nikita” di Luc Besson, “Il ritorno di Casanova” di Edouard  Niermans e “Mario e il mago” di Klaus Maria Brandauer,  con registi italiani “Il pesce innamorato” di Leonardo  Pieraccioni e “Vajont – La diga del disonore” di Renzo Martinelli.

E’ stato anche apprezzato prete (Ignazio de Loyola in “State buoni se potete”), ufficiale (“R.A.S.” di Yves Boisset), ex-nazista (“Portiere di notte” di Liliana Cavani). La tv lo ha reso poi più famoso di quanto non fosse. 

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