Rassicurato con una telefonata Putin che tutto è ormai sotto controllo, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokaiev, comincia a far pulizia. Rischiano fedelissimi dell’ex presidente Nursultan Nazarbayev, che non si sa dove sia: l’ex capo dei servizi di sicurezza kazaki ed ex premier Karim Masimov, è stato arrestato per alto tradimento. Il Paese che per estensione è più grande dell’Europa intera, fondamentale per gli equilibri geo-politici dell’area, vive le sue ore più drammatiche.

Alle ipotesi su cosa sia successo (sia le proteste che la risposta dello Stato sono state più che brutali, lo “sparate a vista” ordinato dal Presidente rivela un reale stato d’emergenza) se ne aggiunge una che potrebbe essere stato il detonatore del malessere dei clan rivali all’establishment kazako.

Il Kazakistan è il paradiso delle criptomonete (secondo Paese dopo gli Stati Uniti, 18% delle transazioni complessive, 90mila società di criptomining insediate nel Paese), verificabile dal fatto che quando sono divampati gli scontri il valore della moneta virtuale è precipitato e  anche gli scambi. I “miners” hanno scelto il Paese per via delle bassi costi energetici, dopo la che la Cina ha detto no alle compagnie per via dei consumi: l’impatto della produzione di criptovalute sui territori è devastante perchè richiedono una grande quantità di energia principalmente prodotta dai fossili. 

Riferisce EuroNews che uno dei più grandi complessi minerari di Bitcoin al mondo si trova vicino alla città di Ekibastuz, a circa 300 chilometri da Astana: 8 hangar, riempiti da circa 50.000 miners alimentati direttamente dalla locale centrale a carbone, equivalente al consumo di una città di circa 100.000 persone.

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