La scelta di sottrarsi al male

Abbiamo intervistato Ivan Sciapeconi, lo scrittore (maceratese d’origine) di “40 cappotti e un bottone” (edizioni Piemme), una storia quanto mai attuale nella quale un gruppo di ragazzi fugge dalla barbarie nazista e si rifugia a Modena. Un libro appassionante, tradotto in numerose lingue, che ha il merito anche di farci riflettere sulle atrocità della Storia e sulla solidarietà umana.

Il tuo “40 cappotti e un bottone” ha avuto un successo internazionale. Credi che raccontare storie vere, o prenderne spunto, sia la scelta giusta per uno scrittore?

In generale, il rapporto con la realtà è una cosa un po’ complicata per uno scrittore, perché il suo obiettivo è rendere credibile un mondo che non esiste. Più che descrivere il mondo, un autore lo crea. Il caso di “40 cappotti e un bottone” è un po’ particolare perché mi sono imposto di non inventare nulla, solo dare voce ed emozioni a un episodio incredibile ricostruito su solide basi storiche. Penso che qualsiasi altra scelta, su un tema come la Shoah, non sia accettabile.

Proprio in relazione a questo: pensi che la fiction, così di moda tra i romanzieri oggi, “allontani” dalla ricerca della verità che deve essere sempre l’ispirazione e l’obiettivo di ogni libro?

La fiction ha una grande importanza perché è il modo in cui tutti noi ricostruiamo la nostra esperienza. Se non sbaglio è stato Bruner a dire che il pensiero narrativo è molto più antico e solido del pensiero paradigmatico: è per questo che il racconto arriva alle persone, il dato scientifico o storico no. Questo ci restituisce una grande responsabilità, specie in un’epoca di grandi revisioni e revisionismi.

Sul fatto che ricordare sia necessario e dovuto, siamo tutti d’accordo. Quanto si ricorda meno di questi tempi?

C’è una certa distinzione tra ricordo e memoria. La memoria è uno spazio condiviso e sostanzialmente rielaborato anche attraverso l’eliminazione di una certa quantità di ricordi. Si ha memoria perché si decide su che cosa focalizzare l’attenzione: si tratta di un’operazione anche consapevole, specie quando si parla di memoria collettiva. Esercitare la memoria è l’esercizio di una responsabilità individuale e collettiva. Sul tema della condivisione sento, però, degli scricchiolii.

Una domanda al professore: come testimoniare ai giovani di oggi le atrocità della Storia? Potremmo parlare, in alcuni casi, della mancanza di supporto culturale da parte delle istituzioni scolastiche e non solo?

No, mi sembra che le istituzioni educative facciano ancora la loro parte. Anche quelle informali: se penso ai media, per esempio, ho l’impressione che ci sia ancora attenzione. Questo rende ancora più inquietante la percezione che tutti abbiamo e cioè che ci siano sempre più persone intenzionate a mettere in discussione quello che una volta era dato per condiviso.

E una allo scrittore: pensi che l’ignoranza diffusa, male del nostro secolo, possa partorire altri mostri? Come si corregge e si ferma questa mancata volontà di sapere?

Siamo nei giorni del bombardamento dell’Ucraina, è difficile pensarla diversamente. La storia dell’Umanità non lascia speranza: i mostri ci accompagnano dal tempo di Caino e Abele e difficilmente scompariranno. Possiamo decidere da che parte stare. Dalla parte della guerra o da quella della diserzione. Non penso che la contrapposizione sia tra la guerra e la pace, ma tra la brutalità collettiva e la scelta individuale o di gruppo di sottrarsi dal male.

Come ti sei avvicinato all’argomento del libro? Puoi raccontare ai lettori qual è la trama e perché hai scelto proprio questo argomento?

Nel 1942, un gruppo di ragazzi ebrei è arrivato a Nonantola, in provincia di Modena. Erano molti e tanti di loro erano bambini. Il paese li ha accolti, li ha nascosti dopo l’8 settembre e poi li ha aiutati a fuggire con un sistema geniale…Quello che è incredibile, però, è che tutto è avvenuto dal basso, grazie a un prete e a un dottore che oggi sono dichiarati Giusti tra le Nazioni, ma anche con il contributo di tutto un paese.

Hai intenzione di continuare a raccontare le atrocità della Storia (ma anche la solidarietà, come in questo caso) affinché nessuno dimentichi?

Una nuova idea c’è…. ma se mi avvicino troppo prima di scriverla poi perdo il gusto di raccontarla.

Ci puoi raccontare in poche righe chi è Ivan? (per chi volesse, tutte le info sull’autore sono su www.ivansciapeconi.it)

Soprattutto un maestro di scuola. Uno che lavora per far saltare i binari che gli adulti hanno costruito per i bambini. Però, questa non è mia, ma di Ferdinand Deligny.

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