Per ripulirsi l’immagine, dopo lo sconcerto mondiale per l’omicidio all’interno del consolato saudita ad Istanbul del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi, e la vasta eco mediatica del rapporto di Human Rights Watch che ha accusato le forze di sicurezza di sparare a vista sui migranti provenienti dallo Yemen, l’Arabia ha giocato il suo asso. Si chiama Public Investment Fund ed è un fondo sovrano con a capo il principe ereditario Mohammed bin Salman.

Il PIF ha avuto il via libera per spendere cifre impossibili, fuori mercato anche nel calcio, per portare nel deserto i migliori giocatori mondiali. Dal portoghese Ronaldo al brasiliano Neymar, passando per il nostro Roberto Mancini che si è “improvvisamente” dimesso da commissario tecnico della nostra Nazionale per fare lo stesso lavoro a Riad (ma molto meglio pagato), le stelle della palla rotonda sono finite tutte lì. Un campionato modesto, che nessun intenditore di calcio guarderebbe mai in tv, ma che serve a coprire le scomode informazioni che circolano sull’Arabia in tema di diritti (non rispettati) e parità di genere (aspetta e spera).

Il PIF cominciò qualche anno fa con il pugilato, il cricket e il golf: poca roba rispetto al calcio. Grazie ai contratti miliardari e alla modica spesa di quasi un miliardo di euro, la monarchia saudita spera di rinnovare e ripulire l’immagine del Paese. E’ lo sportwashing, parola di sinistro suono e di orribile significato. Il progetto si chiama “Vision 2030”, ma l’illuminata “vision” è solo di chi comanda.

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