(articolo di Jessica Ponti) – Zeep (Marco Cannas), classe 1993, originario di Cagliari, è un cantautore emergente che racconta l’esperienza, i sogni e le paure dei giovani sardi nei testi delle sue canzoni. Tra le sue collaborazioni, anche il brano “Fantacalcio” con la partecipazione del calciatore Leonardo Pavoletti. Tra il 2021 e il 2023 prende parte all’album “Totem” di En?gma e pubblica gli EP “Astronavi & Carriattrezzi” e “Mare Mosso, Maremoto”. Le sue canzoni, un mix di indie-pop, cantautorato e urban, contano più di 2 milioni di streaming sulle piattaforme digitali. In collaborazione con Cvlto ha scritto anche brani per altri artisti, tra cui Deddy, Luigi Strangis, Random, eroCaddeo. Il suo ultimo singolo, “La mia generazione”, è uscito il 18 settembre. Abbiamo voluto conoscerlo meglio, lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto della sua esperienza come giovane sardo emergente nel campo della musica.

Quando e come hai cominciato la tua carriera di cantautore?

Ho “scritto” la prima canzone a 5 anni. Mi piaceva esibirmi davanti ai miei parenti e farmi presentare da mia sorella; una specie di Sanremo – Cortile dei nonni edition. Quando a 18/19 anni sono andato all’università ho sentito il bisogno di iniziare a scrivere le sensazioni che provavo nel cambiare posto, crescere e tutto il resto, e le canzoni sono state lo sfogo più immediato.

Perché hai deciso di spostarti dal rap all’indie?

Ho iniziato con il rap perché mi piaceva tutto di quel mondo: l’estetica, il suono, il senso di appartenenza. Mi sono reso conto però che riuscivo a incanalare in quel mood solo un certo tipo di emozioni, mentre altre restavano fuori. Quando ho riscoperto il cantautorato ho capito che potevo raccontare le cose facili, quelle di tutti i giorni, senza sentirmi in imbarazzo. Col tempo mi sono accorto che tanta gente viveva le mie stesse cose e si rivedeva in quello che scrivevo, anche quando raccontavo semplicemente i fatti miei.

Cosa ti lega a Cagliari?

Cagliari ormai è casa. Mi ci sono trasferito per l’università, poi l’ho lasciata per qualche anno per andare a vivere a Torino e alla fine ci sono tornato. È un’ispirazione costante.

Nelle tue canzoni sottolinei la condizione di una generazione che ha difficoltà a riconoscersi: come vivi e affronti questa dimensione nei tuoi brani?

Parlo della mia generazione perché sono il suo riflesso. I traumi comuni, le esperienze, il lavoro, le relazioni: sono temi che tratto per cercare di capirmi e di capirli. Vengo da una generazione che ha disimparato a dire “ti voglio bene” agli amici, a esprimere le proprie paure e insicurezze; con le canzoni riesco a esorcizzare almeno un po’ queste paure e a condividerle con chi mi ascolta, per smezzarcele e renderle più leggere.

Che squadra tifi? E perché per te la collaborazione con Pavoletti è stata importante sia musicalmente che a livello personale?

Cagliari e Juventus, per motivi diversi. Mio nonno tifava Juve e uno dei ricordi d’infanzia più belli sono proprio le partite guardate con lui. Ma quando mi sono trasferito a Cagliari nel 2012 sono stato investito dall’amore della città per la squadra. Si respira per strada quando si gioca in casa, si sente allo stadio quando passiamo 90 minuti a urlare e sperare in una vittoria. La collaborazione con Pavo è stata super divertente perché è stata spontanea, naturale. Mi ha portato nelle cuffiette di molte più persone, sia in Sardegna che fuori, e mi ha fatto conoscere una bellissima persona e un grande campione. Da tifoso non posso che essere orgoglioso di questa cosa.

Progetti futuri: la Sardegna sarà sempre presente?

La Sardegna è casa mia, e lo sarebbe anche se vivessi a migliaia di km di distanza, quindi inevitabilmente farà sempre parte della mia musica. Ho già dedicato “Cagliari cose belle” alla mia città e non so se ci saranno altre dediche così dirette, perché a volte certe cose sono speciali proprio perché sono uniche. Ma sicuramente continuerò a raccontarla, perché l’orgoglio che provo nel dire che sono sardo anche sui palchi delle altre città d’Italia è impagabile.

Un messaggio per i giovani che vogliono interfacciarsi in questo mondo: quali sacrifici e quali i limiti? 

Scrivere canzoni è facile, è il dopo che è difficile: pubblicare, fare i contenuti, promuoverle, assorbire le porte in faccia e godersi i traguardi. È una montagna russa con alti incredibili e bassi che possono fare male. Quindi l’unico consiglio che posso dare è: chiediti perché lo fai. Se fai musica perché ne senti il bisogno, perché ti salva le giornate e perché non puoi farne a meno, allora tutti i sacrifici valgono la pena. Se lo fai solo per essere visto/vista, per avere una vetrina pubblica, allora esistono sicuramente modi più semplici.

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