Sempre di meno. La fuga dalla Sardegna

(articolo di Mauro Carta, presidente ACLI Sardegna) – La dinamica demografica regionale non presenta cenni  di inversione. La Sardegna conta 1.554.000 abitanti, oltre 7mila in meno rispetto all’anno precedente, confermandosi tra le regioni italiane con il più rapido calo demografico dopo Basilicata e Molise. Questo dato non è il prodotto di un singolo fattore, ma il risultato convergente di tre processi che si alimentano a vicenda: il calo della natalità, il progressivo invecchiamento della popolazione e la perdita migratoria netta, a sua volta alimentata dall’emigrazione all’estero e dalla fuga verso il continente italiano. La struttura per età della popolazione riflette questa traiettoria: le fasce giovani si contraggono, quelle anziane crescono, il rapporto  tra popolazione attiva e dipendente si deteriora inesorabilmente. 

La serie storica di alcuni indicatori, presentata in questa edizione per la prima volta, mostra due fenomeni  interessanti: i dati disponibili a partire dal 1950 hanno messo in evidenza come la Sardegna abbia avuto un tasso di fecondità superiore alla media nazionale per quattro decenni, ma a partire dal 1991 e continuativamente fino ad oggi presenta un tasso di fecondità inferiore alla media nazionale: non si tratta, dunque, di un fenomeno così recente come sembra dalle narrazioni più frequenti. E non è possibile neppure ricondurre ciò all’età media delle madri al primo parto, indicatore che in Sardegna è sempre stato sistematicamente più elevato rispetto al resto d’Italia. 

Una ricerca quali-quantitativa ancora in corso sta mostrando come i sardi non facciano figli non perché non li  vogliano, ma perché le condizioni per averli appaiono strutturalmente inaccessibili: la precarietà lavorativa, l’indebolimento delle reti di supporto intergenerazionale, il ruolo ancora asimmetrico del peso della cura tra le  componenti familiari che continua a ricadere prevalentemente sulle donne sono tra i principali elementi  finora emersi. Sono necessarie politiche strutturate, nel medio e lungo periodo di sostegno alla natalità e alla famiglia…

Ma questo non basta: l’Italia è il Paese nel quale il salario medio è cresciuto meno negli ultimi decenni, a fronte di periodici fenomeni inflattivi e nel quale è ancora presente  un ampio divario salariale tra generi, anche per coloro che possiedono titoli di studio elevati, tra settori e aree. All’interno di questo contesto, la situazione sarda presenta  ulteriori specificità: in Sardegna, le donne studiano di più e con maggior profitto degli uomini ma il tasso di occupazione femminile, soprattutto quello giovanile, è molto più basso di quello maschile. 

È necessario cominciare ad affrontare il tema del lavoro povero per dare fiducia alle famiglie e, in particolare, alle nuove generazioni che altrimenti continueranno a cercare la  stabilità economica altrove. 

Al primo gennaio 2025, i sardi iscritti all’AIRE sono 133.256, pari all’8,5% della popolazione residente nell’Isola: se fossero un comune, sarebbero la seconda città della Sardegna, superando Sassari di oltre 12mila unità. Il 70,4% di questa popolazione ha tra i 18 e i 64 anni – è una comunità giovane, attiva, in larga misura europea (l’86% risiede in Europa, con  Germania, Francia e Regno Unito come destinazioni principali)…

Come documentato dal rapporto FAES-CREI “Ripensare il rientro” (2026), le motivazioni alla partenza sonostrutturali – mercato del lavoro, opportunità di carriera, qualità della vita – e solo rispondendo a queste condizioni si può immaginare un ritorno che non sia semplice rimpatrio, ma contributo attivo allo sviluppo locale. 

La fuga di capitale umano non riguarda solo chi parte verso l’estero, ma anche chi – in misura crescente – sceglie un ateneo del continente per completare la formazione. Nell’anno accademico 2024-2025, il 15,69% degli studenti  sardi universitari studia fuori regione, con un incremento di oltre 4 punti percentuali rispetto al 2010-2011. Torino,  Bologna, Firenze, Milano e Roma raccolgono la quota principale di questi flussi in uscita… 

Nel frattempo, le iscrizioni agli atenei di Cagliari e Sassari hanno subito una contrazione strutturale, rispetto ai primi anni del secolo prevalentemente legata alle dinamiche demografiche e socioeconomiche isolane. La progressiva  riduzione delle risorse associate al sistema di finanziamento universitario nazionale – che tende a premiare gli atenei già forti – ha come risultato quello di alimentare un circolo vizioso in cui meno iscritti significano meno risorse, che significa meno attrattività, che significa ancora meno iscritti.

Tuttavia, alcuni strumenti e iniziative sembrano aver permesso di invertire la rotta. Il sistema del diritto allo studio ha fatto progressi significativi (con la piena copertura degli idonei e borse massime per fuori sede superiori agli 8mila euro nel 2024-2025), ma non è ancora sufficiente a compensare i differenziali strutturali imposti dalla condizione insulare: alcune proposte legislative attualmente in discussione a livello regionale mirano a promuovere l’istruzione come strumento di riduzione delle sperequazioni esistenti. I dati in ripresa degli ultimi anni e soprattutto la crescita progressiva degli iscritti stranieri mostrano come le Università isolane possano essere un attrattore per giovani che potrebbero decidere di stabilirsi sull’Isola e su cui occorre investire, anche alla luce dei  finanziamenti comunitari e internazionali che potrebbero arrivare nei prossimi decenni grazie al progetto dell’Einstein Telescope. 

Al 1° gennaio 2026, i residenti stranieri in Sardegna sono circa 57.800 secondo le stime ISTAT – dato destinato a superare il picco storico del 2018 – con un’incidenza del 3,5% sul totale della popolazione, ancora molto al di sotto della media nazionale del 9,4%. In questo quadro, la presenza straniera agisce come parziale controbilanciamento demografico ed economico. La  Sardegna ha la percentuale più bassa di stranieri under 15 e la popolazione straniera col tasso di fecondità inferiore. Coloro che arrivano tendono a concentrarsi nelle aree urbane, dove prevalgono le occupazioni legate alla cura, nei centri costieri a forte vocazione turistica o in alcuni comuni agricoli dove la manodopera straniera sopperisce alla mancanza di manodopera locale. 

Nonostante ciò, il contributo economico degli stranieri è  concreto e misurabile: nel 2023 il valore aggiunto prodotto dagli occupati stranieri in Sardegna era pari a 1.278 milioni di euro (3,3% del PIL regionale), con circa 26mila lavoratori regolarmente occupati. I contribuenti nati all’estero in Sardegna hanno versato circa 95 milioni di euro di IRPEF,  su redditi dichiarati di 670 milioni. Le imprese straniere registrate sono 10.666, con commercio, costruzioni e ristorazione come settori prevalenti. Si tratta di numeri che testimoniano un radicamento economico che spesso la percezione pubblica non riconosce adeguatamente. 

La Sardegna presenta tuttavia una anomalia strutturale nella care economy: rimane la prima regione italiana per percentuale di lavoratori domestici di cittadinanza italiana (82,3%), in un settore dove il peso del lavoro irregolare rimane enorme – circa 1,6 milioni i lavoratori in nero a livello nazionale. Questa anomalia riflette una specificità del mercato del lavoro locale che, pur rilevante sul piano economico, non deve oscurare la centralità del contributo straniero in altri settori produttivi. L’approfondimento, legato al tema dello sport, fa emergere nuove traiettorie di arrivo degli stranieri in Sardegna, rendendo ancora più evidente quanto sia sfaccettato il tema dell’immigrazione e dell’integrazione… 

Dall’analisi alle proposte 

Le evidenze documentate in questo Rapporto convergono verso alcune direzioni di intervento che, per essere efficaci, devono essere strutturali, coordinate e di lungo periodo. 

Condizioni per la genitorialità. Non esistono politiche demografiche efficaci che non partano dalle condizioni materiali di vita di coloro che per età o per condizione possono valutare progetti di genitorialità. La precarietà  lavorativa, l’inaccessibilità della casa, l’inadeguatezza dei servizi per la prima infanzia e l’assenza di un welfare che sostenga concretamente la conciliazione tra lavoro e cura non sono variabili accessorie: sono le cause primarie del calo delle nascite. Interventi frammentari – bonus una  tantum, incentivi fiscali isolati – non incidono su queste cause strutturali. Servono politiche organiche che coprano l’intero arco della transizione alla genitorialità: accesso alla casa, continuità occupazionale per le madri, potenziamento  dei nidi, valorizzazione del congedo parentale maschile…

È necessario affrontare in maniera più ampia e strutturale il fenomeno del c.d. “lavoro povero” e sostenere anche quelle famiglie di occupati il cui reddito impedisce loro di accedere a bonus e detrazioni, ma non dà loro quella stabilità che permette di pianificare la creazione di una famiglia. 

Politiche di promozione dello smart working e di flessibilità lavorativa – come la settimana corta a parità di  compenso -, congedi parentali più lunghi e retribuiti anche per i padri o per l’altro genitore, diffusione di micro nidi o di nidi parentali – oltre che di asili nido tradizionali – e una maggiore diffusione del tempo prolungato a scuola  anche attraverso la promozione di soluzioni di welfare aziendale che supportino le famiglie nelle esigenze di cura (sia che si tratti di bambini che di adulti anziani o non autosufficienti) sono alcuni degli strumenti che altre realtà  hanno adottato con successo. 

Valorizzare il contributo della popolazione straniera. La presenza straniera in Sardegna è ancora strutturalmente sottodimensionata rispetto al potenziale demografico ed economico che potrebbe esprimere. Questo richiede politiche di accoglienza più efficaci, strumenti di  regolarizzazione che contrastino il lavoro irregolare, percorsi di integrazione che riconoscano il radicamento reale delle persone – come mostrano le storie degli atleti migranti – e non si limitino a garantire una presenza formalmente tollerata ma priva di diritti reali… 

Per questo motivo, è necessario promuovere politiche che facilitino e velocizzino l’iter burocratico e  amministrativo, facendosi promotori di campagne per l’eliminazione di ostacoli che impediscono a soggetti già radicati nel contesto locale di diventare a tutti gli effetti cittadini sardi, italiani, europei. 

Per alcuni paesi, tali politiche potrebbero concretizzarsi attraverso azioni che coinvolgano sia i circoli sardi  presenti in Argentina sia uffici come i Patronati — tra cui quelli delle ACLI — che possono offrire supporto nell’espletamento delle pratiche, dal riconoscimento dei titoli alla predisposizione dei documenti necessari all’ottenimento del permesso di soggiorno, e promuovere le opportunità che la Sardegna può offrire. In alcuni casi, come per il tema del riconoscimento dei titoli di studio, si necessita di misure più complessive che vanno oltre la Regione Sardegna…

Trattenere e attrarre capitale umano. Gli atenei sardi affrontano oggi le sfide derivanti dalle dinamiche  demografiche, da un sistema di finanziamento pubblico che sembra voler rafforzare gli atenei presenti nei contesti già elevati. Il potenziamento del diritto allo studio – che ha già compiuto progressi significativi nell’ultimo decennio – e l’attrattività dell’offerta formativa stanno rendendo i due atenei in grado di attrarre studenti dal resto del mondo. Farli restare implica, tuttavia, un lavoro di contesto che promuova politiche di sviluppo economico che creino sbocchi occupazionali adeguati per i laureati in loco. Alcune iniziative indicano già l’avvio in questa direzione, ma l’entità degli interventi deve essere proporzionata alla portata strutturale del problema. 

Ripensare il rapporto con i sardi nel mondo. I 133.256 sardi iscritti all’AIRE rappresentano una risorsa – di  competenze, relazioni, esperienze – che le politiche pubbliche hanno finora valorizzato in modo insufficiente. Oggi si tratta di una comunità in crescita e con un’età media sempre inferiore. Il superamento del modello nostalgico richiede ascolto sistematico delle esigenze della comunità all’estero, creazione di ponti concreti tra le esperienze maturate fuori e le opportunità di sviluppo locale, politiche di rientro che non si limitino a offrire incentivi economici ma che costruiscano le condizioni di un inserimento professionale e di vita sostenibile anche nei piccoli comuni dell’interno, dove in alcuni casi la una percentuale elevata dei residenti è iscritta all’AIRE. Questo richiede politiche specifiche per il mantenimento dei servizi essenziali, la connettività digitale e infrastrutturale, e lo sviluppo di  modelli economici compatibili con la realtà insulare e montana. Senza un presidio attivo di questi territori, il  rischio di abbandono definitivo di intere comunità diventa concreto nell’arco di una generazione. In questo senso, il bonus imprese promosso dalla Regione Sardegna è  sicuramente un buon punto di partenza per chi vuole rimanere nei piccoli comuni… 

In conclusione, possiamo affermare che ciò che emerge dal report METE 2026 è che la Sardegna contemporanea  sembra caratterizzata da un movimento – di persone, di giovani, di lavoratori, di studenti, di emigranti e di  immigrati – che riflette le asimmetrie del sistema economico nazionale e regionale, i limiti delle politiche di  sviluppo regionale, le trasformazioni culturali e demografiche di un’intera generazione… Questo richiede uno sforzo comune che ci porta a ribadire l’esigenza di costituire una Cabina di Regia Permanente che coinvolga istituzioni, amministrazioni locali, Università e istituzioni di ricerca, organizzazioni del terzo settore, aziende e che si faccia portavoce di esigenze e promotore di azioni indirizzate ad arrestare prima e invertire le dinamiche negative e a rafforzare quelle positive che stiamo vedendo comparire recentemente.

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