Il Deserto Rosso che viviamo

(di Massimo Potenza) – “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni è stato girato nel 1964. E’ stato insignito del Leone d’Oro come miglior film. Il collasso di Giuliana, la giovane e bella Monica Vitti, incapace, dopo un incidente di auto, di vivere in un mondo industriale grigio è il collasso di una società che ha preso una direzione lontana dall’essere umano. Gli elementi di questo mondo diventano dei personaggi malevoli che respirano aria, bevono acqua inquinando e lasciando una nebbia tossica dalla quale le figure umane non sono più distinguibili.

Deserto Rosso è il primo film di Antonioni a colori; il direttore della fotografia è Carlo Di Palma un artigiano della luce che vince il nastro d’argento per la fotografia, “una pittura cinematografica” dirà Pier Paolo Pasolini. La critica stessa definisce la fotografia di Carlo Di Palma come il manifesto assoluto del “colore psicologico ed espressionista”. Per la prima volta nella storia del cinema, il colore diventa un’estensione della mente malata della protagonista.  

Woody Allen farà con Carlo 12 film e lo definirà come un co-autore, Apprezzandone la sensibilità e la velocità nell’improvvisare con la luce naturale e quel tocco che rende New York più bello astraendolo in un luogo magico e senza tempo.

Tornando al Deserto Rosso è proprio Carlo a convincere Antonioni a lasciare il bianco e nero per agire sul negativo e sul set, arrivando a verniciare l’erba, il fango e gli alberi di grigio per riflettere l’alienazione industriale.

La frattura fra Giuliana e il suo mondo, incapace di capire che l’incidente è un tentativo di suicidio, è insanabile, neanche cercando di uniformarsi ad un mondo negativo riuscirà a provare sollievo.

La sceneggiatura di Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra è rivoluzionaria. La “Sottrazione” del testo tramite dialoghi scarni: Guerra e Antonioni decidono di eliminare qualsiasi spiegazione, le battute sono interrotte, frammentarie, piene di esitazioni I personaggi non riescono mai chiaramente a dire cosa provano: è una riduzione all’essenziale.

L’incomunicabilità viene tradotta in parole: “Mi fanno male i capelli” (una citazione che Guerra riprese da una poesia di Amelia Rosselli) o “c’è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cos’è”, la sceneggiatura rinuncia a dare risposte razionali, traducendo in battute poetiche il vuoto esistenziale.

I colori vengono descritti e pianificati nel testo come elementi psicologici. La sceneggiatura diventa una pittura in movimento, una partitura di silenzi, rumori industriali e suggestioni cromatiche. I suoni sul set e in post-produzione vengono sostituiti con una colonna sonora elettronica e asfissiante di Vittorio Gelmetti, trasformando i suoni della fabbrica in veri e propri lamenti geometrici contribuendo ad una maggiore personificazione di questi elementi.

Antonioni rispetta lo scheletro letterario di Tonino Guerra, ma usa il set come una tela bianca su cui improvvisa.

Da un’intuizione di Tonino Guerra nasce la “Fiaba di Budelli”, una pausa lirica, una fuga visiva e narrativa. Scrissero così il monologo della favola che Giuliana racconta al figlio malato, ed è qui che il rumore assordante delle fabbriche ostili, quasi un personaggio, ora diventa una natura benevola e accogliente dalla quale si sente un canto. La Sardegna nell’intuizione di Tonino Guerra diventa un luogo magico e possibile.

È la spiaggia rosa di Budelli che ospita Emanuela Pala-Dessi.

Antonioni ama Monica Vitti e con lei si innamorano della Sardegna, e proprio qui costruiscono una villa sul mare oggi protetta, male, dalla sovrintendenza. 

Si tratta della celebre cupola dell’architetto Dante Bini che nel 1968 conosce a Cortina d’Ampezzo Monica Vitti.

Il rispetto dell’ambiente non è certo paragonabile a quello dei giorni nostri dove pale eoliche obsolete e di impossibile smaltimento andranno a turbare gli ambienti marini, terrestri, archeologici, animali, sonori e politici per disperdere in mare, diretti con due grandi ciabatte al continente, gran parte della propria produzione non certo dedicata alla Sardegna che non ne ha bisogno. Il rispetto dell’ambiente viene così sacrificato al Dio Denaro Imperante.

La cupola viene costruita nel rispetto dell’ambiente con un sistema tutt’oggi considerato sostenibile ed avveniristico per l’epoca: la struttura viene creata sollevando e gonfiando una singola colata di cemento fresco tramite una gigantesca camera d’aria interna, tecnica BiniShell, il cemento viene realizzato con polveri di granito rosa per mimetizzarsi con la macchia mediterranea e con una polvere ‘ritardante’ per ritardare l’essiccazione del cemento e la sistemazione/regolazione delle armature già in forma.

La villa a Cupola di Costa Paradiso è un capolavoro di architettura moderna che diventerà crocevia culturale internazionale.

Giusto per fare alcuni nomi degli intellettuali che l’hanno frequentata. Tonino Guerra è stato presenza fissa e costante nella villa; qui i due passano intere giornate a scrivere Blow-Up e Zabriskie Point.

Andrej Tarkovskij: Il visionario russo (SolarisStalker). Durante il suo esilio in Italia negli anni ’80, ospite felice della villa insieme con Tonino Guerra.

Volker Sattel: In epoca più recente, il regista tedesco “La Cupola” (2016).

Enrica Fico: Regista e attrice, diventa moglie di Antonioni nel 1986. Dopo la fine della storia con la Vitti, Enrica Fico vive a lungo la Cupola al fianco del regista, assistendolo anche negli anni successivi alla malattia in quella che rimane la sua oasi di pace.

Sergio Vacchi: Illustre pittore emiliano, esponente di spicco dell’arte informale italiana. È stato un frequentatore talmente assiduo ed entusiasta dell’atmosfera intellettuale della villa da decidere di farsi costruire dall’architetto Dante Bini una struttura gemella più piccola, la “Cupolina”, proprio accanto a quella di Antonioni, utilizzandola come suo personale atelier artistico estivo.

Macha Méril: Famosa attrice e scrittrice francese (protagonista di Una donna sposata di Jean-Luc Godard). 

Quando in un clima culturale di questo tipo confrontato con una modernità deludente ci si comincia a chiedere cosa sia andato storto, allora la possibile risposta si potrebbe individuare nell’assenza di un investimento umano nelle Arti e nella Bellezza.

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