Partire, restare, tornare

Ognuno di noi è diventato, suo malgrado e nella solitudine, manager di se stesso. I giovani ancora di più. Vittime di un sovraccarico informativo, costretti a una flessibilità cognitiva da equilibristi e ad autoregolarsi nelle emozioni, provano a resistere, “negoziando” la propria esistenza ogni giorno. 

Sono tempi difficili per i nostri ragazzi: agiscono da soli e la collettività la usano solo per rafforzarsi e, soprattutto, “validarsi”. Per esistere semplicemente. “Vivono” insomma in gruppi social che acquistano o protestano tutti insieme, creando l’illusione di una collettività ormai andata, ma che poi in breve tornano ad essere estranei.

Il merito di aver parlato a fondo di queste cose è dell’Università di Sassari e del Dipartimento di Storia, Scienze dell’Uomo e della Formazione, dei professori Romina Deriu, Andrea Vargiu e Camillo Tidore, delle relatrici Rita Bichi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Stefania Leone dell’Università di Salerno. Raccontata così, sembra che i giovani non abbiano futuro. E infatti partono: in 350mila tra il ’22 e il ’24 hanno lasciato il Mezzogiorno. Sappiamo che, da sempre, “i disequilibri territoriali si trasformano in disuguaglianze sociali”. E così si parte, perchè “non si eredita più un destino, ma solo un set di attrezzi digitali”. Con cui incontrarsi ed ignorarsi.

“Il rinnovamento non si capisce se non nell’accordo tacito tra chi resta e chi parte”. La speranza è nella circolarità: oggi è così, domani – con tutte le prove, i fallimenti, i trionfi possibili, cioè l’attraversamento della vita di questi giovani che amiamo ma non sappiamo aiutare – la ruota della Storia potrebbe restituire quanto tolto. Ma senza politiche strutturali, senza una visione d’insieme e collettiva, siamo destinati ad essere solo particelle di un mondo gassoso senza significati.

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