(di Marianna Bacciu) – C’è una parola in tedesco che definisce un sentimento molto preciso: si chiama “Fernweh”, ed è l’insopprimibile voglia di scoprire il mondo, di viaggiare lontano. Mi chiamo Marianna Bacciu, ho 35 anni e sono nata e cresciuta a Colonia da padre sardo e madre tedesca. Ho vissuto questo sentimento sulla mia pelle fin da giovanissima. Ho fatto un volontariato in Perù, ho vissuto due anni in Australia e poi cinque anni a Londra.
Eppure, in tutto questo girare, la Sardegna è sempre stata la mia costante. Non essendoci nata, il mio legame con l’isola è cresciuto da lontano, alimentato dalle vacanze in famiglia e dall’amore di mio padre, che per anni è stato presidente del circolo sardo di Colonia. Grazie a lui ho scoperto che esiste un’incredibile e vastissima rete di sardi nel mondo. Ricordo che, quando mi sono trasferita in Nuova Zelanda per lavoro, la prima cosa che ho fatto è stata contattare il circolo sardo di Auckland per avere un punto di riferimento.
Per molto tempo ho lottato con la mia identità, sentendo di avere due culture molto diverse nel cuore. Essendo bionda e con gli occhi verdi, venivo costantemente scambiata per “la tedesca”, al contrario di mia sorella, che con i suoi colori scuri e gli occhi a mandorla rispecchiava i tratti di tutti i miei parenti sardi. Ne soffrivo, quasi non mi sentissi abbastanza sarda. Per rassicurarmi, a un certo punto mi sono persino tatuata sul fianco la scritta “su coro meu”.
Ho cercato di colmare questa distanza in ogni modo: studiando l’italiano, frequentando quasi solo italiani a Londra. Ma la vera svolta è stata una presa di consapevolezza interiore. Non dimenticherò mai il più bel complimento che abbia mai ricevuto: me lo fece la famiglia calabrese del mio ex fidanzato, dicendomi che dal mio accento si capiva subito che ero sarda, nonostante l’aspetto. Quella frase mi ha segnata. Dopo la morte di mio padre, provo un orgoglio immenso ogni volta che trovo in me una somiglianza con lui o un tratto del carattere sardo.
Dopo aver lavorato per anni a Londra nel mondo dell’alta moda, da Louis Vuitton ad Alexander McQueen, la pandemia mi ha costretta a fermarmi. Ho capito che la vita frenetica della metropoli non faceva più per me. Il mio amore per la salute, lo sport e il contatto umano mi ha spinta a cambiare vita e studiare Fisioterapia nei Paesi Bassi. Oggi sono laureata e lavoro in un ospedale in Germania.
Eppure, il pensiero di trasferirmi a vivere e lavorare in Sardegna non mi abbandona mai. Ogni volta che torno sull’isola, il mondo frenetico della Germania sembra mettersi in pausa, e io mi immergo profondamente nelle tradizioni e nel ritmo di vita sardo. Ma per fare in modo che i giovani come me — sia quelli nati fuori, sia quelli che sono partiti — possano davvero tornare, credo che l’isola debba fare dei passi avanti.
Guardando la Sardegna con gli occhi di chi ha vissuto in mezza Europa, ci sono tre priorità su cui investirei subito:
In primo luogo, l’educazione e l’apertura. Servono veri scambi scolastici internazionali. La cultura sarda ha tantissimo da insegnare ai giovani di altri Paesi, ma questi scambi andrebbero organizzati non solo con il resto d’Italia, ma con l’estero. Un’esperienza di ospitalità in una famiglia sarda può cambiare la prospettiva di un ragazzo tedesco o nordeuropeo, creando ponti culturali duraturi.
In secondo luogo, la burocrazia blocca i talenti. Il processo per far riconoscere una laurea europea in Italia è oggi lungo, costoso e poco internazionalizzato. I documenti in inglese, che è la lingua accademica globale, dovrebbero essere accettati senza l’obbligo di costose traduzioni certificate. Se l’Italia e la Sardegna hanno bisogno di professionisti sanitari, il sistema per accoglierli deve essere snello e logico.
Infine, il ponte tra università e mondo del lavoro. Durante i miei studi in Olanda, avrei tanto voluto fare un tirocinio formativo in Sardegna. Purtroppo non esistevano collaborazioni strutturate con studi o cliniche isolane, a differenza di altre regioni italiane. Se le strutture sarde si aprissero ad accogliere tirocinanti dalle università europee, creerebbero un canale diretto per attrarre futuri professionisti.
La Sardegna ha bisogno di respiro internazionale per non limitare la sua offerta solo al turismo estivo. Ha bisogno di eventi culturali e opportunità tutto l’anno. Non so ancora se e quando il mio percorso mi riporterà definitivamente sull’isola, ma di una cosa sono certa: ovunque mi porti il mio “Fernweh”, le mie radici sanno esattamente dove tornare.




