(di Samantha Mavuli) – C’è un’Italia che non si vede, ma che agisce nei punti più fragili del pianeta. È l’Italia di Saverio Bellizzi, medico epidemiologo oggi residente a Ginevra presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dove si occupa di salute dei rifugiati e dei migranti, una delle sfide più complesse e attuali del nostro tempo.
Il suo percorso parte dal campo, dalle emergenze, dai luoghi in cui la sanità si intreccia con crisi politiche, sociali e umanitarie. Ha lavorato con Medici Senza Frontiere, con la Croce Rossa Internazionale e nell’ambito di progetti di cooperazione dell’ Universita’ di Sassari, ateneo da dove questo tragitto di vita e’ nato nel 2001 grazie a una esperienza in Vietnam, , attraversando Africa, Medio Oriente, Sud-Est asiatico e America Latina.
Nel 2014 è stato il primo epidemiologo italiano a intervenire in Guinea (Conakry)durante l’emergenza Ebola. Un momento in cui il mondo osservava con paura, ma pochi erano disposti a entrare davvero nel cuore della crisi. Da lì, una sequenza di missioni che raccontano una scelta precisa.
In precedenza (2010), e’ stato ad Haiti durante l’emergenza post-terremoto, lavorando anche all’interno delle carceri del Paese, dove ha condotto studi in condizioni estremamente difficili durante l’epidemia di colera, arrivando lui stesso ad ammalarsi di polmonite. Ha operato in Niger e nella Repubblica Democratica del Congo, impegnato in inchiestevaccinali, in Sud Sudan durante una delle fasi più critiche, in regioni “calde” di Etiopia (Somali Region) e Pakistan (aree Pashtun al confine con l’Afghanistan), e ha seguito da vicino le conseguenze sanitarie della crisi siriana, come per esempio il supporto ai campi rifugiati nel Nord della Grecia..
Per tre anni ha ricoperto un ruolo chiave in Giordania, come coordinatore delle emergence per l’OMS e advisor del Governo sulle politiche sanitarie durante la pandemia. Un incarico strategico, nel cuore del Medio Oriente, dove la salute pubblica diventa inevitabilmente una questione politica, diplomatica e umanitaria. In quel contesto ha contribuito anche alla gestione delle dinamiche legate agli aiuti verso la Striscia di Gaza, in uno scenario estremamente delicato.
Oggi, da Ginevra, continua il suo lavoro all’interno dell’ OMS, concentrandosi sulla salute dei rifugiati e dei migranti a livello globale, con supporto a vari Paesi, come il Cile nel 2025 e l’Uganda nel 2024. Un ambito che richiede non solo competenze tecniche, ma una visione ampia, capace di leggere fenomeni globali e fragilità individuali insieme.
Ma perché raccontare questa storia?
Semplicemente perché storie come quella di Saverio Bellizzi ci costringono a rivedere il modo in cui definiamo il successo, il coraggio, la realizzazione personale.
Il suo percorso parla di italiani che partono seguendo una direzione interna, una chiamata profonda, quello che i Greci avrebbero definito daimon, e che proprio per questo riescono ad attraversare contesti difficili senza perdere il senso di ciò che fanno.
Seguire il proprio daimon è spesso una scelta scomoda, la più difficile della vita in alcuni casi. Significa accettare instabilità, esposizione, rischio. Significa rinunciare a percorsi più lineari per entrare in territori incerti. Ma è anche ciò che permette, nel tempo, di sviluppare una forza diversa: quella di chi sa perché sta facendo ciò che fa.
In un mondo in cui spesso si parla di “fuga di cervelli”, forse dovremmo iniziare a parlare anche di traiettorie di senso. Di italiani che costruiscono valore fuori dai confini, portando competenze, ma anche visione. Persone che non si limitano a seguire carriere prestabilite ma creano la propria storia seguendo il proprio fuoco interiore.
Saverio Bellizzi è una di queste storie.




