(articolo di Jessica Ponti) – Il collettivo “Ogliastra Palestina” ha organizzato una serie di attività volte a sensibilizzare la comunità verso la questione palestinese. Sebbene il tema sia divisorio, le organizzatrici ci tengono a sottolineare perché ha senso parlare della questione palestinese anche in un contesto che apparentemente sembra lontano e sembra quindi non riguardare la Sardegna. Le abbiamo incontrate e abbiamo posto loro alcune domande, alle quali hanno risposto a voce di tutto il gruppo.
Perché è importante sensibilizzare sulla questione palestinese in Sardegna? Perché nel contesto specifico dell’Ogliastra?
Perchè non si può restare neutrali, indifferenti davanti a questo sterminio e alle conseguenti violazioni dei diritti umani. Creare una rete solidale rompe il senso di isolamento e di abbandono che i palestinesi stanno subendo. È proprio nei territori periferici e nelle piccole comunità che abitano L’Ogliastra, che si possono creare degli spazi attivi e di pensiero critico, è quando le masse agiscono attivamente che sono in grado di inviare chiari segnali ai governi e alle istituzioni, affinché riconsiderino accordi commerciali e prese di posizione di ferma condanna contro la politica genocida e di pulizia etnica in atto.
Cosa direste a coloro che si disinteressano del tema e lo escludono dalle problematiche importanti sarde?
Siamo così sicuri che la causa palestinese non sia un nostro problema? In Sardegna si fabbricano le bombe da scagliare sui civili, abbiamo una primaria responsabilità su quanto sta accadendo nel mondo. Conosciamo il sapore della terra deturpata dalle esercitazioni militari. Giocano a fare la guerra e noi ne paghiamo il prezzo con la salute e l’inquinamento ambientale. Non si può escludere il tema palestinese dalle tematiche sarde, né quelle sarde da quelle palestinesi perchè sono collegate. Due terre colonizzate hanno necessità di sviluppare sorellanza.
Femminismo e questione palestinese: come si fondono questi temi per voi?
La Palestina è una questione transfemminista perchè dove le terre non sono libere neanche i corpi lo sono. Perchè è una lotta all’autodeterminazione, perchè è una terra oppressa da decenni di dinamiche di potere che sono fortemente patriarcali: colonialismo di insediamento, occupazione militare, razzismo, arabofobia, suprematismo dell’uomo bianco che pratica odio e cancellazione.
Sui corpi e sulle guerre che si combattono sui corpi è intervenuta la sociologa Susanna Vezzadini nel libro “Per una sociologia della vittima” prendendo di riferimento le guerre avvenute nei Balcani e nel genocidio in Ruanda.
L’evento è stato promosso e curato da A.N.P.I. Tortolì: con un laboratorio creativo di ceramica curato da Barro Negro, la mostra “striscia di Gaza” di Francesco Del Casino, un banchetto informativo e la proiezione “Ya Maha e The Pump Agreement” di Ahmad Al Khalil.
Il regista Ahmad Al Khalil è particolarmente legato alla Sardegna trovando in essa una seconda casa. Per lui, il cinema non è il trampolino di lancio per costruirsi la fama: è un modo di comunicare, di essere visti e, soprattutto, un modo per avere una voce: “Quando fai un film, non è importante che venga capito, ma che venga sentito. Fin dai miei inizi nel cinema ho deciso di raccontare gli oppressi del mondo, dalla Palestina a tutto il resto del mondo.
Non ho scelto di fare cinema per il tappeto rosso o per il premio di un festival, ma per raccontare la mia storia, quella della mia patria, e condividerla con gli altri, anche nei villaggi più piccoli e lontani, e soprattutto con le nuove generazioni. Con l’esperienza di aver portato i miei film in Sardegna, in più di un Paese, mi si sono aperti gli occhi su nuovi modi di raccontare la narrazione palestinese. Dopo aver parlato con gli abitanti di questa terra al termine delle proiezioni, e ascoltato le loro opinioni sulla terra, ho trovato le mie risposte proprio in mezzo a loro. Sia che si trattasse del loro amore per la coltivazione della terra e per gli ulivi, o della loro musica, simile a quella della Palestina, perfino il costume tradizionale sardo mi ricorda quello palestinese, con i suoi disegni di foglie d’ulivo, spighe di grano e stelle. Oggi, dopo un breve periodo vissuto tra i sardi, ho trovato la mia seconda casa dopo la Palestina. Se non farò un film sulla Palestina, sarà un film sulla gente di Sardegna. Il cinema non è solo raccontare una storia, ma liberare l’essere umano dalle catene della realtà”.
L’elemento distintivo è proprio quello di includere un laboratorio creativo all’interno di un evento culturale, perché farlo?
Perché in Palestina la ceramica è una memoria storica.
A Gaza il quartiere dei vasai (storicamente noto come Al-Fawakhir) si trovava nella Città Vecchia di Gaza City ed era il cuore della tradizione della ceramica e della terracotta nella Striscia.
A Hebron le botteghe si tramandano da secoli, di padre in figlio, con i colori turchese e cobalto che ritrovi anche nei ricami e nell’architettura.
Oggi chi fa questo mestiere lo fa sotto occupazione e con un sapere che rischia di perdersi. Continuare a modellare significa dire, siamo ancora qui.
Per questo abbiamo scelto un laboratorio di ceramica, gratuito e aperto a tutte e tutti, anche a chi è alla prima esperienza. Ogni pezzo che faremo sarà donato ad Amicizia Sardegna Palestina.
L’evento fa capo al circuito generale Al Ard “il cinema palestinese e arabo incontra la Sardegna” organizzato da Sardegna Palestina, il quale farà tappa a Tortolì, Castiadas, Muravera, Nurallao, Gavoi, Ortueri, Ales, Sanluri, Villanovafranca, Mogoro, Escolca e Tertenia.



