Addio a Martin Walser, lo scrittore tedesco che parlò di quel passato scomodo che tutti volevano dimenticare

Il mondo ha conosciuto Martin Walser, morto ieri all’età di 96 anni a Überlingen, sul Lago di Costanza, più che per le straordinarie opere o per essere stato parte del famoso “Gruppo 47” (quello a cui appartenevano Günter Grass, Heinrich Böll, Hans Magnus Enzensberger, Siegfried Lenz e tanti altri) per la veemente polemica che scatenò in Germania con il suo libro “Morte di un critico”.

Walser, intellettuale controcorrente, nell’opera attaccava, uccidendolo seppur nella finzione, il critico letterario più influente, Marcel Reich-Ranicki, che era di origini ebraiche. Lo scrittore parlò apertamente di “strumentalizzazione della nostra vergogna per scopi di oggi… Un mezzo di intimidazione che può essere usato in qualsiasi momento, o una clava morale”.

Fu massacrato, nonostante la sua fosse una critica alla società mediatica e massificata culturalmente, per quelli che vennero definiti i suoi “cliché antisemiti”. Walser visse da soldato della Wehmacht gli orrori della guerra, così come Grass fece parte di una divisione delle SS. Il passato che ritorna, le innumerevoli discussioni e polemiche su di esso mai risolte, hanno oscurato un po’ la grandezza di Walser, la sua ricerca di verità, il suo acume caricaturale, la sua lotta contro l’establishment e la sua avversione alla letteratura come divertissement. 

Tra i suoi romanzi più celebri “L’unicorno”, “Dopo l’intervallo”, “Un uomo che ama”, “I viaggi di Mesmer” e “L’istante dell’amore”, oltre a racconti ispirati da Franz Kafka, scrittore che fu protagonista del suo dottorato.

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