Il Canto Universale di Margherita Lendini

“Un pezzo del mio cuore l’ho lasciato a New York… perso dietro il Metropolitan Museum/ o risucchiato nelle acque senza fine del Memorial… / In Argentina, familiarizza con un pinguino nella peninsula Valdes, veleggia verso Capo Horn…”. Il cuore infinito della poesia è ovunque, “perso a inseguire i sogni di Salgari a Malacca” o “a Petra, a ricercare le tracce dei Nabatei/ tra le rocce d’arenaria rosa”. Un eterno ritorno.

Avevamo avuto modo di raccontare ai nostri lettori quanto primigeni e veri fossero i versi di Margherita Lendini, frutto di uno struggimento che non arretra nè trova appigli, anzi avanza inesorabile chiedendo una spiegazione sul senso di questo viaggio. Ma con “Ambrosia, mirra e Mefistofele” (Nemapress edizioni) ne scopriamo anche la forza, primigenia appunto, che ci ha ricordato – e non poteva essere altrimenti – il “Canto general” di Pablo Neruda (e infatti i versi di sopra si intitolano, a ricordare questa fraternità, “Canto Universale”), e il richiamo a un sogno e a una speranza, anche per la propria terra (“Ma il pezzo più grande del mio cuore resta sempre là/ saldamente ancorato ai nuraghi”). 

Ambrosia, mirra e Mefistofele

Ci sono visione e viaggio al centro della poetica della Lendini. “Ho visto delle nuvole ieri/ nuvole barocche/ le nuvole di De Andrè”, una chiarità della rinascita che porta questa “Visione crepuscolare” fino ad Alghero, la città della Nostra, “regalo” inaspettato. Lendini ha ripulito lo sguardo e con una potenza quasi iconoclasta (se non fosse la dolcezza, verso le donne e il genere umano, il suo marchio di fabbrica) va a sorprenderci in questo suo nuovo libro.

In “Notte senza senso” scrive: “Stanotte/ mi sono rotta le scatole/ dei poeti/ delle poesie/ del romanticismo/ e delle melanconie. La vita è un urlo/ che sale in alto/ che squarcia il cielo…”. Per inseguire il vero ci si ribella anche a se stessi.

Nemica delle convenzioni, la Lendini ci fa finalmente respirare in un mondo, quello che viviamo quotidianamente, inquinato e soggiogante. Ha rotto le reti, abbraccia felicità personali e collettive, unisce e compatta culture diverse, allarga visioni e intuizioni fin dove si può. Non ha paura e del terrore della malinconia, che è eredità di ogni vero poeta, rimane solo un’eco.

“Mi chiamo Eva e vengo dal Mali…/ Ero ancora una bambina quando mia madre mi condusse dalla vecchia del viallaggio /presso la roccia sacra/ e lei compì su di me il rito di sangue./….Mi chiamo Eva e vengo dall’India. Ero bella un tempo, adesso passo rasente i muri/ed esco solo all’imbrunire./ Mi vergogno di far vedere il mio volto violato con l’acido…”. Mille Eva. Le mille persone che siamo, solo a pensarci: e in questa immensità s’annega il pensiero. Perchè solo uniti e veri possiamo sopravvivere, e con sogni senza confini. 

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