(intervista di Jessica Ponti) – Da tecnico del montaggio video a fianco del grande attore Giancarlo Giannini alle grandi opere cinematografiche tra cui: il corto Nuraghes s’Arena, con protagonista il celebre rapper olbiese Salmo, interamente girato nelle montagne ogliastrine e mandato in onda su Paramount e Sky; la serie western That dirty black bag, con l’attore di Vikings Travis Fimmel, acquisita e resa disponibile da quest’anno su Netflix America ed elogiata dal Wall Street Journal per la sua originalità; la direzione della pubblicità dell’acqua Smeraldina per il pubblico americano, spot che è stato proiettato ad intermittenza regolare a Times Square nel 2025. Ad oggi Mauro Aragoni sta collaborando con la produzione del celebre fumetto horror Dylan Dog, con già due uscite pubblicate interamente curate da lui. In ogni sua produzione inserisce una parte di sé e delle sue origini.
Quali sono gli elementi della tradizione sarda che inserisci nelle tue opere e come fai a trovare il contesto giusto per adattarli ad un pubblico generalista?
Mi piace molto inserire la mia terra nelle opere a cui lavoro. Mi sono divertito parecchio, per esempio, a far conoscere l’epoca nuragica agli americani e alla troupe di Game of Thrones con cui ho collaborato. Nell’episodio 5 di That Dirty Black Bag, nella casa del nemico interpretato da Guido Caprino, c’è un uomo che colleziona armature di guerrieri, armi e reperti provenienti da tutto il mondo: lì ho inserito delle armature nuragiche. Ma non solo: nel primo episodio ho inserito anche la pistola Broccu, che secondo la tradizione sarebbe stato il primo revolver della storia, inventato da un sardo. In un western non potevo certo evitarla. Nuraghes, invece, nasce proprio da una mia interpretazione dell’epoca nuragica. La mia terra mi ispira moltissimo, anche quando lavoro su Dylan Dog: spesso prendo spunto dal folklore sardo, anche se nei fumetti di Dylan non ci sono riferimenti espliciti alla Sardegna nelle storie che ho scritto.
Quale collaborazione consideri la più affine a te rispetto alle altre e perché?
Direi sicuramente Nuraghes, perché lì ho potuto esprimermi senza censure e senza le limitazioni che possono derivare dal lavorare all’interno di produzioni molto grandi. Ma anche Dylan Dog è per me una collaborazione particolarmente importante: essendo un’opera horror, rappresenta una grande valvola di sfogo per la mia creatività. E poi anche That Dirty Black Bag, prodotta da grandi realtà come Palomar, Bron Studios (gli stessi produttori di Joker) e AMC (The Walking Dead, Breaking Bad), è stata un’esperienza fondamentale: anche se ho dovuto combattere per mantenere alcune idee, alla fine ci sono riuscito.

Che valore filmico dai alla violenza? Il tuo intento è quello di estetizzarla o semplicemente di restare fedele alla realtà senza filtri?
Io chiamo la violenza nel cinema e nel fumetto “arte del sangue”. Vedo molti film che la utilizzano impropriamente, senza emozione e senza una vera funzione narrativa. Per me la violenza è come un colore che dai a un’opera: non devi inserirla per forza, ma se decidi di farlo devi saperla utilizzare. Che sia splatter o non splatter, realistica o non realistica, deve avere un senso all’interno dell’opera.
Quando viene inserita male, mi dà parecchio fastidio. Nelle mie opere la violenza ha sempre un perché: a volte deve disturbarti, come accade in un horror; altre volte, e forse più spesso, deve farti pensare: “Che figata!”. Sono molto contento, per esempio, di come questa componente sia stata accolta in America con That Dirty Black Bag. Molti spettatori hanno pubblicato online le scene più sanguinose e alcuni video sono diventati virali, superando i 40 milioni di visualizzazioni. È stata una cosa che mi ha fatto enormemente piacere.
Parlaci dell’ultimo numero di Dylan Dog a cui hai collaborato. C’è un filo narrativo che lo collega al precedente?
Il prossimo numero di Dylan Dog, L’ultimo treno della notte, parla di serial killer e della mente umana, ma soprattutto parla d’amore. È una storia folle e mostruosa che, in realtà, è prima di tutto una storia d’amore.
L’ispirazione è arrivata da un serial killer realmente esistito in America, che utilizzava i treni per spostarsi da una parte all’altra del Paese e compiere i suoi omicidi. Il fatto che agisse attraversando giurisdizioni differenti contribuì per anni a complicare le indagini.

Qual è il riconoscimento alla carriera di cui vai più fiero?
Ho ricevuto diversi premi nel corso degli anni, ma penso che il riconoscimento più importante sia quello che arriva direttamente dai fan. Quando vengono a un mio firmacopie per parlare di un’opera e per farsi autografare un DVD o un fumetto che contiene una mia creatura, per me quello è un riconoscimento enorme. Significa che qualcosa che ho creato è rimasto davvero dentro qualcuno.
Sono più spaventose le scene horror di cui scrivi o la realtà che stiamo vivendo negli ultimi anni?
La realtà non si batte. Credo che si faccia cinema e fumetto anche per cercare di immagazzinare quello che viviamo e, in qualche modo, esorcizzarlo. Io lo faccio scrivendo: mi aiuta a stare meglio. Ma purtroppo la realtà rimane il film horror più cattivo che si possa mai vedere.
Pensi di poter avere un impatto positivo nella società attraverso le tue opere?
Lo spero. I messaggi nelle mie opere sono spesso nascosti, ma ci sono. Quando creo qualcosa, sento sempre il bisogno di portare un’idea vera nella testa di chi guarda o di chi legge. Non riuscirei a realizzare un’opera che non significa nulla: non uscirebbe bene e probabilmente, dopo un mese, la odierei.
Quando realizzi i tuoi lavori, pensi a come questi verranno assimilati dal pubblico?
Assolutamente sì. Per me ogni storia, ogni film, ogni fumetto è una sorta di test psicologico. Ogni parte lavora su uno schema di emozioni, con alti e bassi, fino a un crescendo che porta all’apice nel finale. È lì che spesso si comprende davvero l’opera oppure, al contrario, ci si ritrova con altre domande che spingono a riflettere sul tema.
È difficile spiegarlo in poche parole, perché ogni storia ha un suo perché. Ma sì, lavoro in questo modo: uso prima di tutto la mia mente come cavia. Se una storia funziona con me e riesce a provocarmi delle emozioni, allora penso che possa riuscire a fare lo stesso con qualcun altro, dall’altra parte del mondo. E a quel punto posso farla uscire.

Per le tue opere future, ti vedi più orientato verso progetti complessi che sfidano e stimolano il senso critico del pubblico, oppure preferisci esplorare la dimensione del puro intrattenimento?
Io amo i progetti complessi, ma soprattutto amo quelli che riescono a essere complessi e, allo stesso tempo, ad arrivare al pubblico attraverso l’intrattenimento. Per me questa è la vera sfida: non annoiare nessuno, riuscire a far passare una storia e le sue idee attraverso l’arte dell’intrattenimento. È proprio questa la sfida.




