(intervento di Carlo Caldarini, Responsabile Istituto Fernando Santi Belgio) – Oggi, come ogni 8 agosto, a Marcinelle si parlerà di memoria.
Ci saranno corone di fiori, autorità politiche e religiose, discorsi sull’emigrazione italiana, sul sacrificio dei minatori, sulla dignità del lavoro. Parole necessarie, forse. Ma diventate, con il tempo, anche terribilmente rassicuranti.
Perché Marcinelle non è soltanto una tragedia da ricordare.
È una storia da interrogare.
L’8 agosto 1956 morirono 262 uomini. Non erano semplicemente minatori. Erano lavoratori inseriti in un sistema economico che aveva bisogno delle loro braccia, immigrati arrivati anche attraverso un accordo con cui l’Italia forniva manodopera al Belgio in cambio di carbone.
Dietro la catastrofe del Bois du Cazier c’erano condizioni di lavoro, rapporti di potere, interessi economici, responsabilità e una precisa gerarchia tra ciò che valeva molto — produrre carbone — e ciò che valeva evidentemente meno: la sicurezza e la vita di chi lo estraeva.
È forse questo l’aspetto di Marcinelle che dovremmo continuare a trovare scomodo.
La memoria diventa innocua quando separa le vittime dai meccanismi che le hanno prodotte. Quando celebriamo il coraggio degli emigranti senza domandarci perché abbiano dovuto partire. Quando parliamo della dignità del lavoro senza parlare dei lavori che consumano le persone. Quando ricordiamo gli immigrati di ieri dimenticando la facilità con cui continuiamo a distinguere, oggi, tra stranieri desiderabili e indesiderabili, utili e inutili, integrabili e respingibili.
Forse il modo migliore per ricordare Marcinelle non è ripetere ogni anno che non dobbiamo dimenticare.
È domandarci che cosa, settant’anni dopo, continuiamo ostinatamente a non voler vedere.




