(articolo di Jessica Ponti) – “Il 4 agosto gli ho scritto ancora formalmente. Ho chiesto gli atti e i criteri che hanno portato a concentrare una quota rilevante del circuito del 41-bis negli istituti sardi. La Regione aveva già chiesto più volte di essere coinvolta nelle decisioni che riguardano direttamente il proprio territorio”.
Così, la presidente Alessandra Todde esprime il suo rammarico per una soluzione forzata decisa dal governo. Lo fa attraverso il comunicato pubblicato nel canale istituzionale della Regione Sardegna: “Nessuna risposta. Il Governo ha preferito procedere in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia – afferma – Con l’arrivo dei primi detenuti sottoposti al 41-bis nel carcere di Uta, il ministro Nordio porta a compimento una scelta imposta alla Sardegna, sottraendosi fino all’ultimo al confronto con la Regione”.
Una richiesta ignorata, soprattutto in virtù delle condizioni in cui riversa il carcere di Uta, che la presidente riconosce come già oltre la propria capienza rispetto all’utenza, così come il carcere di Bancali. Riconoscendo il 41-bis uno strumento di controllo essenziale per il contrasto alla criminalità organizzata, la presidente contesta la scelta del governo di imporre la Sardegna come porto di arrivo, senza rilasciare, spiegare e pubblicare le ragioni che motivano tale imposizione.
“Il ministro della Giustizia aveva il dovere istituzionale di spiegare perché sia stata scelta proprio la nostra Isola e come intenda garantire personale, sicurezza e assistenza sanitaria adeguati. Ha scelto il silenzio. Oggi arrivano i detenuti. Questa è la risposta che Nordio ha dato alla Sardegna – conclude la Todde – Di questa scelta e delle sue conseguenze il Governo dovrà assumersi fino in fondo la responsabilità. Noi difenderemo i diritti della nostra isola a non essere discriminata”.
Tuttavia, l’arrivo dei detenuti non rappresenta il detonatore di una dinamica criminale già sviluppatasi in precedenza nella nostra isola: ne è solo il suo compimento. Nell’ultimo anno giornali regionali e nazionali hanno trattato dei casi di infiltrazioni riguardanti gruppi di criminalità organizzata nell’isola, specialmente nella zona di Alghero a seguito dei due incendi nell’autonoleggio all’aeroporto di Fertilia e altri episodi misteriosi, come il rogo alla discoteca Maden nel 2025.
La prefetta Grazia La Fauci precisa che tali avvenimenti parlano della sola remota possibilità di queste
infiltrazioni, sulle quali si sta ancora indagando. Anche il sindaco di Alghero, Raimondo Caciotto, dichiara di aver richiesto da diverso tempo, al governo nazionale e al ministro Piantedosi, un rafforzamento dell’organico della Polizia di stato sottolineando la diminuzione avvenuta negli ultimi anni.
Gli atti incendiari si sono particolarmente intensificati anche nella zona dell’Ogliastra: le vittime sono per lo più personaggi politici, avvocati e altre figure di spicco della comunità.
Il rapporto “amministratori sotto tiro” pubblicato annualmente dall’associazione Avviso Pubblico- Enti locali e Regioni contro Mafie e Corruzioni verificava, nel 2019, un calo degli atti intimidatori rispetto agli anni precedenti. In quell’anno, tra le vittime di queste intimidazioni troviamo gli amministratori di allora: minacce di morte al sindaco Farris di Siniscola; colpi di fucile al municipio di Galtellì e danneggiamento di
una proprietà del sindaco; fucilata contro la casa al mare del sindaco Cannas; auto incendiata del sindaco Piras di Cardedu; esplosione nella sede del partito democratico di Dorgali; lettera intimidatoria al vice-sindaco Melinu di San Teodoro; fucilata nella casa in campagna del vice-sindaco Pitzolu di Illorai.
A specificare la natura degli atti intimidatori di quell’anno è la direzione investigativa antimafia “Lo storico fenomeno degli atti intimidatori ha colpito nel semestre anche amministratori locali. Tali azioni si manifestano in tutto il territorio isolano, con una particolare recrudescenza nelle zone interne. Simili condotte continuano comunque ad essere riconducibili, in base agli esiti investigativi, non a strategie proprie della criminalità organizzata, ma essenzialmente a vendette per presunti torti subiti o a controversie di carattere privato, da ricondurre ad antichi retaggi culturali, risalenti al cosiddetto “codice
barbaricino”.
Tuttavia, già nel 2019, il report avvertiva del fatto che la mafia si stesse muovendo attraverso gli investimenti economici: “Come sopra accennato la Sardegna spicca tra le venti regioni italiane come una mosca bianca, in termini di radicamento mafioso (autoctono o importato). Ciò non toglie che i capitali mafiosi siano stati investiti e riciclati anche sull’Isola nel corso degli anni. Non solo: la criminalità
comune, per gestire alcuni traffici illeciti, collabora attivamente con quella organizzata”.
Il rapporto del 2022, mostra un’inflessione dei casi nel territorio sardo, con 15 atti intimidatori registrati; tuttavia, l’isola entra nei 15 casi simbolo del 2022 con il paese di Tortolì: “Il suo nome e quello del capo dell’Ufficio del settore Lavori pubblici del Comune sono apparsi su una strada accompagnati da minacce di morte rappresentate da due croci. Nel mirino di ignoti è finito il sindaco di Tortolì, Massimo Cannas, insieme a Mauro Cerina. Ventiquattr’ore più tardi, nuova intimidazione: stavolta la scritta con i cognomi di entrambi e al fianco le croci, è apparsa su un lenzuolo bianco issato sul cavalcavia della Statale 125 tra Tortolì e Lotzorai”.
Lo stesso rapporto, pubblicato nel 2025, ci colloca invece al quinto posto dopo Sicilia, Calabria, Campania e Puglia per quanto riguarda le minacce “Tra le province con oltre 30 Comuni colpiti, si segnalano in particolare Agrigento e Nuoro, che fanno registrare percentuali superiori al 65% nel rapporto tra Comuni colpiti e Comuni presenti” (fino al 2025, l’Ogliastra era ancora accorpata alla provincia di Nuoro).
L’Unione Sarda, in un articolo del 5 settembre, parla di sovraffollamento delle carceri sarde contestando i numeri del ministero con i reali numeri messi a disposizione dall’associazione Socialismo, Diritti e Riforme, i quali contano le celle già occupate dai 41-bis all’arrivo dei boss capi mafia. Altra associazione che contesta la scelta del governo centrale è Antigone, la quale pone l’accento sull’inutilità, in questo caso specifico, dell’inasprimento della pena dato dall’applicazione della norma che il governo ha voluto utilizzare per giustificare l’arrivo in Sardegna dei detenuti.
“Il piano riorganizzativo “Kairos”, che individua nella Sardegna il fulcro per il concentramento dei detenuti al 41-bis, si pone in linea con l’attuale strategia della separazione che guida le scelte di governo dell’istituzione penitenziaria. Rispolverare la ‘preferenza insulare’ va ad acuire ed estremizzare
ulteriormente il già drastico isolamento vissuto da chi si trova sottoposto a questo regime differenziato. Si tratta di una scelta che insiste su un muscolare esercizio disciplinare, il quale continua a destare preoccupazioni anche da parte degliorganismi internazionali”.
Quindi, se tale scelta rappresenta motivo di scontro tra regione-governo e trova parere contrario anche dalle principali associazioni di categoria, perché insistere su tale trasferimento? E cosa significa per la sicurezza della comunità sarda? Lo abbiamo chiesto al professor Vincenzo Scalia (in foto di copertina), docente di Sociologia del diritto e della devianza dell’Università di Firenze, che sin dalla metà degli anni novanta si è occupato di sicurezza urbana e carceri estendendo poi la sua area di ricerca allo studio della criminalità organizzata.
Per il docente, i tre elementi di rischio per il tessuto socio-economico sardo sono sostanzialmente tre: “La collocazione dei detenuti per reati di criminalità organizzata, costituisce senza dubbio un elemento di infiltrazione delle mafie nel tessuto socio-economico sardo. la scusa di stare vicino ai parenti reclusi funge da vettore per l’insediamento nelle zone in oggetto alla ricerca di opportunità di investimento, in particolare in relazione al riciclaggio; la Sardegna dispone di una forte economia orientata al turismo, quindi di quelle attività come esercizi commerciali, ricettivi e di ristorazione, che costituiscono da sempre un ambito dove investire i proventi delle attività illegali; inoltre attorno al turismo da sempre si sviluppa una domanda di servizi illegali, come l’acquisto di sostanze, il gioco d’azzardo, la prostituzione. Le mafie si pongono come attore principe nella fornitura di questi servizi”.



