Un’esperienza profonda e un lockdown estremo, il respiro di Banaras e l’alterità. La meraviglia di un libro fuori dagli schemi dei due ricercatori, antropologi ed etnografi Arduino Catini e Barbara Carraro

Pubblichiamo qui la prefazione del professor Gianni Pellegrini, Docente di filosofie e religioni dell’India e lingua e letteratura sanscrita all’Università degli Studi di Torino, alla trilogia dei libri su Banaras – Varanasi scritti da Arduino Catini e Barbara Carraro (foto delle pubblicazioni nel testo – una lettura consigliatissima, vedi https://attraversamenti.blog/recensioni-dei-lettori/)

“È decisamente improbabile predeterminare i risultati di una ricerca prima che essa sia condotta sul campo e perfettamente compiuta”! Certamente, ben nota è l’idea sottostante un simile adagio. Tuttavia, raramente essa prende una forma così concreta come il trittico di lavori usciti dalla penna di Barbara Carraro e Arduino Catini.  

Il racconto etnografico testimonia un’esperienza vissuta in prima persona in India, antecedentemente e durante il primo lockdown del 2020, precisamente a Tiruvaṇṇāmalai (Tamil Nadu) per un breve periodo iniziale e di seguito a Varanasi, la città santa dai mille nomi (come Benares, Banāras, Kāśī, Ānandavana Mahāsmaśāna). Una parte del lavoro ha come ambito il tessuto socio-culturale della città nella sua quotidianità, con numerosi incontri importanti, accompagnati dalle conseguenti riflessioni teoretiche.  

Si tratta dunque dell’esposizione di un’esperienza di metodo applicato (di campo, d’astrazione teorica, scrittura e osservazione personale) fra “scienza e coscienza”, di un approccio practo-gnostico, fra il sacro degli insegnamenti sapienziali del subcontinente e l’esperienza della pratica scientifica dell’antropologica occidentale. Ciò permette un dialogo tra le metodologie e i campi di studio dell’antropologia e gli strumenti propri delle tradizioni indiane, cercando di individuare tecniche, metodi, ambiti, significati e oggetti di ricerca e percorsi comuni. Lo stile del percorso etnografico è narrativo e poetico, con uno squisito equilibrio tra esperienza vissuta e necessità di esporre scientificamente i dati e le riflessioni antropologico-filosofiche risultanti. Ciò sfocia in una vivace tensione narrativa che oscilla tra sofferenza e meraviglia, coinvolgimento e distacco, azione e stasi, inversione e trasformazione, conflitto e pacificazione, vita formicolante della città nella fase pre-emergenziale e deserto silenzioso del lockdown. 

Come vedrete, la peculiarità dei volumi si concretizza nel dialogo continuo tra la dimensione quotidiana della città santa e la narrazione dell’eccezionalità in cui gli autori si sono trovati loro malgrado. In effetti, nel marzo 2020 un improvviso decreto governativo intimò il lockdown totale, a seguito del quale in molte zone del subcontinente – come quella di Varanasi appunto – si sono determinate vere e proprie “reclusioni” a danno dei pochissimi stranieri rimasti sul territorio.  

Detto questo, ci sono in verità poche parole per descrivere il valore del lavoro dei due autori, che ho avuto la fortuna di seguire durante il periodo di elaborazione della loro tesi magistrale (Spazi, luoghi e corpi: Banaras, un’etnografia della quotidianità e dell’eccezionalità, discussa con la correlatrice Professoressa Simona Taliani e chi vi scrive come relatore, nell’ambito del corso di  laurea in Antropologia Culturale ed Etnologia, presso il Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università degli Studi di Torino). 

Già la forma editoriale del lavoro non è del tutto consueta, esattamente come è inconsueto anche l’intero percorso che ha condotto a definire questi volumi, un percorso addirittura irrituale, ma nel senso più luminoso del termine. Questi “racconti”, infatti, rompono degli schemi, per lo più disciplinari… O forse, più che rompere, superano le ristrettezze dei singoli campi, appropriandosi invece delle metodologie e dottrine che individualmente essi offrono, per trovarne infine una sintesi mirabile.  

Per quanto mi concerne, l’onore conferitomi con la richiesta di redigere questa prefazione ha profonde radici umane e scientifiche. Si tratta infatti di uno dei frutti più maturi di un antico patto torinese tra antropologi e indologi, di cui ancora si conserva la memoria non solo nelle carte. I precursori di quest’idea (i Professori Francesco Remotti e Stefano Piano) si prefiggevano di forgiare un nuovo modello di antropo-indologo o indo-antropologo: un antropologo che fosse in grado di decifrare testi e lingue e un indologo che non temesse il campo, ma risultasse dotato di strumenti etnografici e culturali vivi e vivaci. In questi anni mi sono trovato di fronte a molti risultati virtuosi di questo progetto, ma trovo che i volumi di Barbara e Arduino rappresentino l’apice di una così fertile collaborazione.  

Fulgido esempio di sinestesia, l’intero lavoro si presenta come un androgino, cioè mostra i caratteri soggettivi e di genere di ognuno dei candidati e, insieme, trova – pur tra prospettive e caratteristiche differenti – una compenetrazione e un’armonia difficile da reperire anche in studiosi di lungo corso.  

Man mano che si scorrono le pagine redatte durante l’intensa esperienza di campo, temprate poi da lunghe digestioni del post-campo, ci si immerge nella lettura – quasi inavvertitamente – in modo sempre più appassionato e coinvolgente. In effetti, accanto a una prosa matura, elegante, vibrante e raffinata, con attento equilibrio tra l’acribia accademica più rigorosa e una passione vitale, si palesa una ricerca brillante, innovativa, lungimirante e, sebbene sempre supportata da una scientificità costante, priva di vani tecnicismi.  

Mi si permetta qualche altra considerazione. Certo, per competenze linguistiche e disciplinari, nonché per ragioni autobiografiche, al sottoscritto il territorio di Varanasi (palcoscenico dei tre saggi) è ben noto. Penso, infatti, di conoscere ogni anfratto di quel microcosmo, poiché lì mi sono formato e ho vissuto per metà della mia vita. Però, ugualmente riconosco che il modo in cui gli autori me l’hanno mostrato è totalmente inedito. Inedita è l’atmosfera del lockdown, nonché le inaspettate azioni e reazioni dei suoi svariati attori. E sono proprio tali attori che si mostrano con viva immediatezza al lettore come se fosse lì presente, facendo dunque emergere domande, ipotizzando reazioni e risposte di fronte a un momento così diverso dal vissuto quotidiano della città. 

Sta di fatto che Benares è brulicante confusione e nuda vita. Il lockdown ha desertificato un territorio che è surreale immaginare spopolato. Ecco perché, mentre si legge, si diviene testimoni di svariate emozioni: divertimento, preoccupazione, irritazione, soddisfazione… Un crogiolo di sensazioni traducibili con un singolo lemma: coinvolgimento! Ma se proprio dovessi trovare un termine per questo lavoro, userei un neologismo ormai convenzionale: serendipità.  

In effetti, l’idea iniziale di lavoro di Barbara e Arduino era completamente diversa e ben lontana da Benares. Però è successo l’imprevedibile: una pandemia globale… In principio ignorata, se non snobbata dagli amici indiani! Un’emergenza sanitaria che però poi – durante le varie ondate  – ha impattato crudamente sull’India tutta e anche sulla città santa. Benares, il luogo che per gli autori doveva essere solo di passaggio temporaneo, si è trasformato in campo… e che campo! Dopo un primo periodo di libertà e normalità nella città, durante il quale gli autori hanno fatto visite e incontri significativi, è arrivata una cattività forzata.  

In un tempo e uno spazio completamente compressi, gli autori si sono ritrovati in poche ore “chiusi in una stanza sul tetto che scotta” … con pressoché nessuna possibilità di movimento per settimane! Difficile spiegarlo ora, da qui, comodamente seduti sulle nostre poltrone, ma il calore delle stanze sui tetti di Benares da aprile e giugno sfiora il fiabesco (spesso oltre 50°!!!). Ne consegue una quasi totale incapacità di compiere qualsiasi atto, anche i più elementari… Pertanto, oltre alla respirazione, l’unica attività possibile rimane un’immobile riflessione.  

Proprio grazie a questo capovolgimento di fronte e contesto, la semi prigionia degli autori, l’impossibilità di muoversi nello spazio, si trasmutava via via in qualcosa di estremamente prezioso: una totale immersione interiore molto più che accademica, nell’umanità dell’umano.  

In un’epoca come la nostra, in cui l’osservazione, la riflessione e la restituzione di tali riflessioni in linguaggio adeguato è più unica che rara, Barbara e Arduino facevano la migliore cosa possibile: digeriti tutti gli elementi osservati, vi riflettevano pienamente immergendovisi. La ridottissima libertà è stata inversamente proporzionale alla profondità del loro pensiero.  

Dalle pagine sarà evidente come si trattava di una riflessione urgente e immediata sulla nudità della vita d’emergenza, su un’esperienza unica di cui essi erano involontari protagonisti, parti di un palcoscenico di cui non si sono scelti le parti.  

In un attimo la loro ricerca è divenuta vita. Ovviamente le loro competenze vaste e multiformi, l’occhio acuto dell’epistemologia antropologica e delle conoscenze indologiche hanno fatto molto, prima e dopo. Però, è proprio grazie all’esperienza estrema di un lockdown estremo, che il trittico di volumi risulta estremamente raffinato e appassionante. Ecco che allora il tema centrale si staglia ancor più nitido nella sua antica – ma dimenticata – semplicità: l’incontro con l’altro. Un altro che partecipa di un’alterità che si manifesta concretamente sia nella quotidianità indiana e nelle peculiarità della città, sia nell’eccezionalità pandemica, in particolare nei processi di ribaltamento e inversione che l’accompagnano.  

Mi preme infine sottolineare quanto emerga con forza un tema decisamente rilevante, non solo nell’economia dei volumi, ma nell’intero itinerario vitale degli umani: la necessità di un riposizionamento personale e di campo rispetto alle emergenze e le conseguenti forme di vita che ne scaturiscono. Ecco che a questo punto gli autori mostrano la loro solida esperienza e sorprendente malleabilità, fluidamente plasmandosi e adeguandosi al momento. Solo grazie a ciò sono in grado di navigare attraverso diverse prospettive di osservazione (partecipante e/o testimone) dovute all’eccezionalità del momento.  

Allora, per quanto poco, penso di aver detto già molto… per cui mi rifugio in un ben più saggio detto sanscrito che ora – come allora – mi pare decisamente appropriato: maunaṃ sarvottamaḥ japaḥ “il silenzio è la migliore delle lodi”.  

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