Nessuno può vedere il nostro cuore immortale

La poesia, quella vera, è un viaggio, più una circumnavigazione (di se stessi e dell’esistente) che un percorso lineare e certo. Cadiamo nei grandi vuoti tra un verso e un altro, ci perdiamo, riemergiamo talvolta e non si sa mai come e quando. Contiamo di ricompattare queste distanze abissali – almeno ce lo proponiamo come cosa possibile e giusta. Invano. I silenzi, gli “interminati spazi” di leopardiana memoria, tracciano sempre il confine tra il visibile e l’invisibile.

Nella poesia – vera, verissima – di Margherita Lendini c’è tutto questo: la ricerca di ragioni mai preconcette, la solitudine che sottende questo tentativo di comprendere (comprendere: contenere in sé, abbracciare, racchiudere, accogliere) una realtà a volte ostile, altre impenetrabile, la ribellione sul visibile, che ci inganna. Solo scrivendo, ci sussurra l’Autrice, possiamo liberarci dei nostri fantasmi.

Abbiamo citato Leopardi, il Maestro di tutti, perchè sicuramente, al pari di altri (la Szymborska per certi dettagli intimi e solo apparentemente insignificanti), è stato ispiratore della poetica della Nostra. “L’eterna malinconia” di cui parla sovente, sia come sentimento cosmico che come ricordo (“noi due/ su una stradina bianca/ polverosa/ immagine semplice di uno spazio musicale/ che ci racchiude e ci isola da tutto”). La ribellione che anima tante poesie de “L’essenza di margherita” (e presto in edicola troveremo la nuova opera dell’artista algherese), un grido che assomiglia al celebre “io solo combatterò, procomberò sol io” di Giacomino. La notte, attraversata o, appunto, circumnavigata per non offrire ulteriori spazi al dolore.

Ma quella della Lendini non è una rabbia iconoclasta, anzi. E’ sempre un tentativo di spiegazione, anche quando ce l’ha con “cadaveri imputriditi dall’ipocrisia/ di un sorriso/ di una parola/ di uno sguardo”, o il desiderio di non farsi ferire più oltre: “Non vedono/ nessuno può vedere il nostro cuore immortale”. Con la certezza che “un giorno tutto questo finirà”. Questo massacro. Questo scempio di una realtà frammentata e dispersa che non vede nè avanti nè indietro.

Ecco, il grande pregio di questa raccolta che ci riscalda il cuore è quello di ricordarci sempre che niente è perduto, si è sempre come allora, ai “Diciassette anni” o ai “Diciannove” o ai Venti” (sono le prime tre poesie del libro), a guardare senza posa “il luccichio dei tuoi occhi / diamanti tra le ciglia/ mentre ridevamo insieme”. A quei tempi d’oro che non scompaiono, anzi ritornano, magari nelle sembianze di una Sardegna selvaggia e passionale – come nel “Diurno” e “nel Notturno di Capo Caccia” – o di una memoria così lontana (“Anela”) che è origine di ogni cosa.

La Lendini non usa scorciatoie. In questo sta la sua – verissima – poesia. Spedisce – dal buio – una cartolina a noi tutti, in cui si vede, ancora giovane e prorompente, l’Azzurro elementare di Pierluigi Cappello: “E c’è che vorrei il cielo elementare/ azzurro come i mari degli atlanti/ la tersità di un indice che dica/ questa è la terra, il blu che vedi è mare”. Talvolta la mappa sentimentale si ricompone come d’incanto.

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn
On Key

Related Posts

La fuga dei talenti

​Non tragga in inganno il dato, non si tratta di inverno demografico. Ci sono più italiani residenti all’estero​, sei milioni e 400mila, che stranieri stanziali in