(intervista di Jessica Ponti) – Qual è la quotidianità della professione? Come si conciliava il lavoro del pastore con la vita familiare?
(Antonio Cabras, 1932) Io, mio padre e i miei fratelli portavamo il bestiamo al pascolo nei dintorni dell’ovile, mentre le donne della famiglia restavano nei dintorni del paese. Ci si muoveva a piedi e per chilometri e ci mettevi molto tempo a spostare il bestiame a seconda del periodo. Personalmente, sono rimasto fino a 45 giorni in campagna senza tornare mai a casa (nel 1949, quando avevo 17 anni).
In ogni ovile, c’erano le sorgenti e di solito c’erano anche gli orti. Mio padre, io e i miei due fratelli ci occupavamo sia di quelli che del bestiame. Si mangiava nell’ovile, chi andava dietro ai maiali, si portava dietro del pistoccu: per il pascolo ci spostavamo per circa 2 chilometri, intorno alla nostra area e questo valeva per tutti: sia per chi aveva l’ovile in montagna, sia per quelli che lo avevano in pianura.
Non ci si allontanava mai troppo dalla base. Eravamo soliti cantare canzoni durante il pascolo: spesso della Divina Commedia oppure erano dedicate a storie conosciute, come quella del latitante di Fonni o quella dell’omicidio della ragazza di Bosa, successe negli anni ‘50; c’erano pastori, in pianura, che erano maestri nel suonare i flauti.
In montagna questo non era permesso, bisognava stare in silenzio e stare attenti. Negli anni ‘50 avevamo dei vincoli sia per il periodo del pascolo, primaverile (aprile-maggio) e autunnale (settembre-novembre), sia per i terreni autorizzati. L’amministrazione di allora aveva fatto in modo che i terreni destinati al pascolo fossero sempre meno. Quindi, 18 pastori di Talana protestarono e, dopo vicende giudiziarie dalle quali siamo usciti vincenti, tolsero quei vincoli: prima a Talana, poi in tutti gli altri comuni. Quando ho avuto i miei primi figli, per poter stare più vicino alla famiglia, ho cambiato mestiere.

(Alberto Angelo Cabras, 1979) La giornata classica comincia la mattina quando si raggiunge il bestiame: si puliscono prima le capre, si munge se è il periodo; finite le capre si accudiscono i bovini, spostandoli in montagna in diverse località. Ci si concentra sul lavoro, solo quando sei a casa hai il tempo di svagarti. Ora non c’è più il bisogno di stare lunghi periodi lontani da casa, adesso noi rientriamo sia a pranzo che a cena. Prima era un mestiere più selvaggio e si dilungava per settimane, oggi fai quelle 4 ore la mattina e la sera e sei solo concentrato nelle varie fasi del lavoro.
Prima si camminava a piedi e stavano tutto il giorno in solitaria nella campagna, senza alcuna comodità e vivendo un po’ spartanamente; adesso ci sono un sacco di comodità. Si sta fuori quasi tutta la giornata, ti sposti in auto e non più a piedi e durante i pasti si sta con la famiglia, così come la notte.
Un altro discorso vale per chi ha l’azienda fuori dal proprio Comune. Se prima i pastori si organizzavano in gruppi di parenti, ora ci organizziamo in aziende, registriamo tutto: anche prima il bestiame era registrato, ma ora è aumentata la parte burocratica: se devi macellare un’animale, lo devi portare in un mattatoio, con un mezzo autorizzato al trasporto animale; lo pulisci, lo macelli e lo riporti indietro. Prima potevi avvisare il veterinario e macellarlo anche in azienda, ora, ogni singolo passaggio deve essere documentato. I vincoli sul periodo e sulla zona di pascolo non ci sono più, ma ne avremmo bisogno perché succede che per 12 mesi all’anno gli animali vengano lasciati nello stessa area e di conseguenza lì non cresce più niente.
Quali erano le routine? E quali i pericoli?
Il pericolo era che qualcuno poteva arrivare nell’ovile e si portava via il bestiame. Nelle notti invernali, quando ingrassavano i maiali, uno doveva rimanere sempre fuori a fare la guardia. Quando faceva proprio tanto freddo, ci davamo i turni, ognuno faceva un paio d’ore, ma tutta la notte doveva essere garantita la vedetta. Il rischio era che potevano venire a legarti, facendo una rapina a mano armata e ti portavano via le bestie. Era rarissimo che questi delinquenti venissero presi: quando facevano il colpo, andava sempre bene di solito. Alcune volte, se ne andavano a mani vuote grazie ai cani addestrati che avvisavano del loro arrivo, li facevano scappare e sventavano il furto.
Quando si rubava lo si faceva per bisogno, perché prima il maiale era una fonte di ricchezza, quando erano grassi ci si potevano fare soldi a non finire. Succedeva anche che, siccome negli ovili ci potevano stare anche 10 persone, uno di loro potesse tradire gli altri. Dava le informazioni oppure portava proprio persone di fuori per rubare il bestiame degli amici, prendendo poi una parte del guadagno. Quando capitava, era difficile controllare il bestiame. Nel 1938, uno di Villagrande aveva fatto tre milioni e mezzo di lire con la vendita di un solo maiale.
Poi, capitava che d’estate si noleggiasse un vagone del treno e trasportassero il bestiame alle stoppie del Campidano, perché qui non sempre trovavano sostentamento e non sempre si poteva comprare la quantità di mangime che bastasse per far sopravvivere tutto il capo. Era una sorta di transumanza. In autunno, alla fine di settembre, li riportavano nella foresta del paese perché in inverno potevano contare sul ghiandatico. Nel Campidano si potevano anche commercializzare, quel trasporto rappresentava una fonte di ricchezza.

(Oggi) i pericoli ci sono sempre perché ci sono delle ore, nella notte, in cui il bestiame rimane senza custode: anche se ora ci spostiamo in macchina e in un attimo siamo in azienda, ci sono delle ore che gli animali rimangono scoperti. Può capitare che manchi del bestiame. Non a causa di animali selvatici, bensì a causa dell’uomo.
Oggi non è più dovuto al bisogno, ma a qualche dispetto che vogliono farti, dovuta all’invidia. Perchè oggi tenere il bestiame rappresenta più un costo che un guadagno. Per noi, un’altra fonte di pericolo sono le annate di siccità come quella di quest’anno, perché non ci ha permesso di portare al pascolo gli animali: non c’era legna, non c’erano foraggi e ghiandatico, non c’era nulla e abbiamo dovuto acquistare ciò che è mancato.
Le possibilità economiche sono ridotte e anche se esistono degli indennizzi, non bastano per sopperire all’annata disastrosa che abbiamo affrontato. Abbiamo avuto altre annate siccitose sia nel 1944 che negli anni Duemila: in questo ultimo caso ci siamo dovuti organizzare con le cisterne per poter portare l’acqua agli animali. Non abbiamo perso bestiame, ma non sono riusciti a produrre qualcosa, nemmeno latte. Stiamo prendendo precauzioni per queste annate: ci sono i problemi ma cerchiamo di trovare anche le soluzioni. Nelle annate siccitose del 44 dovevi portare il bestiame alla fonte d’acqua se volevi farli sopravvivere, nel 2024, grazie alle autocisterne, portiamo l’acqua al bestiame.
Quale tipo di bestiame?
Possedevamo diversi tipi di bestiame. Nel 1944, io, mio padre e i miei fratelli, avevamo più di 100 maiali: ci erano però morti quasi tutti a causa della prima ondata di peste suina, tranne un solo maschio. Avevamo 70 vacche, tra cui 20 vitelli ma le condizioni ambientali erano state dure, a cause delle due annate di siccità: riuscimmo a salvarne solo due portandoli in paese. Anche di pecore ne morirono a migliaia. Noi ne avevamo 40, ne rimasero 6. Le capre furono le uniche che riuscimmo a salvare, erano 130. Passai l’estate a tagliare frasche per loro.
(oggi) Solo io ho 312 capre, 120 mucche, 20 maiali.
Qual era l’equipaggiamento del pastore? Quali gli oggetti essenziali?
Durante il viaggio erano il coltello e il fucile. Il coltello era necessario per macellare il bestiame sul posto. L’arma da fuoco non poteva mai mancare perché da un momento all’altro potevi essere aggredito, legato e ti veniva portato via il bestiame.
Quello funzionava sempre contro il furto, io ho avuto un’esperienza significativa: quando mio babbo (era esattamente come mio figlio) lavorava in inverno era sempre da solo con i maiali: non ho conosciuto un altro pastore a Talana solo come lui. Ma nessuno ha mai osato derubarlo. Lui aveva 10 occhi, anche 12 e aveva dei cani buoni, controllava sempre le tracce umane.
Una volta aveva beccato un ladro in flagrante mentre tentava il furto del bestiame del vicino: aveva dapprima notato le orme delle scarpe, poi i maiali che stava controllando diedero un ulteriore avviso quando tornarono verso di lui, così andò avanti e vide una persona che cercava di defilarsi: ha imbracciato il fucile e gli ha detto “fermati, se no sei bruciato!”. Il delinquente se la fece addosso, ha chiamato i compagni e si fecero riconoscere.
A quel punto, mio padre li portò nel suo ovile e macellò un maiale: ne cucinò metà in quel momento per dargli da mangiare e l’altra metà gliela regalò facendogli promettere che se ne sarebbero andati. Questi erano di Arzana. Mio padre diceva il peccato ma non diceva il peccatore.
(oggi) Gli oggetti essenziali sono il coltello, che non manca mai dalle tasche del pastore; i binocoli ci devono essere sempre perché, spostandoci da una località all’altra ci servono per controllare il bestiame. La motosega è essenziale sia per le frasche per il bestiame che per la legna per la casa.
Quali erano i rapporti con gli agricoltori, esisteva un sistema di accordi tra pastori e agricoltori?
Il territorio comunale era diviso per zone: io abitavo in una zona e il bestiame seguiva quel percorso intorno all’ovile, ognuno rispettava i propri spazi; se si portavano gli animali a valle, ognuno aveva il proprio pezzo per il pascolo e per la semina, nessuno sconfinava. A fronte di una spesa il comune ti dava in affidamento un terreno, per due anni, dopo di che ti spostavano in un’altra zona per altri due anni: nell’arco di 12 anni ti facevi tutto il territorio.
(oggi) Non si semina più, i terreni sono dedicati prevalentemente al pascolo. Anche ora paghi un sussidio al comune che ti affida un’appezzamento di terreno per più anni: ci sono terreni che abbiamo da 25 anni; ora ti rilasciano anche un certificato col quale puoi richiedere dei contributi che sta erogando la Comunità Europea.
Qual era il ruolo della donna? Esistevano donne che si dedicavano alla pastorizia?
Allora le donne non erano portate ad andare col bestiame perché c’erano dei rischi: dovendo rimanere giorno e notte in campagna, non si poteva mandare una ragazza di notte con il fucile fuori dall’ovile per sventare un furto. Le donne erano per la famiglia, per gli orti, per la raccolta di ghiande destinate sia al bestiame della provvista di casa sia per la vendita al baratto e, infine, per fare tutte le faccende di casa. Quando si dedicavano alla raccolta delle ghiande, capitava che arrivassero a piedi fino all’incrocio tra Talana e Correboi.
In estate, quando maturavano i fichi d’india, scendevano fino a 20/30 donne, raccoglievano i fichi d’india e le portavano in paese perché avevano i maiali chiusi, quelli per l’ingrasso per l’approviggionamento invernale della casa. In ottobre maturavano le ghiande e raccoglievano anche quelle, poi a gennaio si cominciava a macellare i maiali. Questa era una fonte di economia per la famiglia, essenziale per affrontare l’inverno.
(Oggi) Non ci sono più quei rischi e le donne hanno un ruolo importante, possono seguire le aziende dalla A alla Z. Ad esempio, la parte burocratica spesso la segue più la donna che l’uomo. Personalmente conosco donne che a tutti gli effetti svolgono il lavoro del pastore moderno, dalla mungitura alla macellazione, e magari il marito ha un altro tipo di lavoro.
Prima qual era il tipo di relazioni che il pastore aveva con il commercio e con il turismo?
Il turismo, allora lo vedevamo nei sogni, l’unico tipo di attività turistica erano le feste di Santa Marta e di Sant’Efisio: venivano da tutti i paesi, non vedevamo turisti continentali o di altre parti, era un turismo locale. Il commercio si reggeva in buona parte sul baratto: la carne veniva sia barattata sia venduta ai commercianti che ne compravano una certa quantità in blocco; oppure agli agricoltori gli si dava un maiale e in cambio si riceveva il grano o le fave.
(oggi) E’ molto diverso, c’è un via vai di turisti stranieri che passano in paese ma vengono anche a trovarti nella tua azienda, si fermano a visitarla e magari ti comprano dei prodotti. Ad esempio, anche la sagra del prosciutto attira sia turisti locali che stranieri. Per la commercializzazione dei nostri prodotti vendiamo soprattutto a rivenditori o grossisti e il ricavato lo investiamo in mangimi e in altre spese aziendali.
Quando lei era pastore, quante altre compaesani facevano lo stesso mestiere?
C’erano molti pastori perché, tra capre e pecore, c’erano circa 20 000 capi a Talana (anni 40/50). C’erano solo due cavalli: non tutti li potevano avere perché erano animali che si potevano permettere i ricchi. Avevo parecchi colleghi, circa metà paese si dedicava alla pastorizia, perché le famiglie che si limitavano a fare agricoltura facevano la fame: quando l’agricoltore andava in negozio a fare la spesa, non gli si faceva credito: ai pastori gli aprivano le porte per quello che voleva, all’agricoltore non gli davano niente.
A Talana hanno cominciato a mangiare pane buono quando i pastori hanno cominciato a seminare al monte: il grano che faceva il monte non lo faceva tutto il territorio della pianura. Prima c’era più rispetto per il nostro lavoro, la gente ora non sa più quali sono i propri diritti: se fossero venuti prima ad ammazzarci i maiali, sarebbe andata diversamente.
(oggi) Su quasi 1000 abitanti, ci sono 90/100 persone che svolgono questo mestiere, il 10%. Però questo lavoro mantiene anche le famiglie, quindi metà paese può contare su questo sostentamento. Con la nuova regolamentazione della peste suina hanno fatto una strage inutile in montagna, non hanno debellato nulla e hanno ucciso bestiame sano, maiali che potevano sfamare tante persone.




