Violenza contro le donne, aumentano le chiamate al 1522. Intervista a Luisanna Porcu

(articolo di Jessica Ponti) – L’ultimo rapporto trimestrale del 1522, il numero anti-violenza e stalking (febbraio 2026, ndr) restituisce una fotografia del quadro sulla violenza di genere a livello nazionale, prendendo come focus le richieste di aiuto al numero di pubblica utilità. 

Il documento ci dice che c’è stato un incremento del 14% rispetto al trimestre precedente con un numero di chiamate totali di 41792. In questa cifra vengono conteggiate le chiamate in coda, le chiamate chiuse durante il messaggio di benvenuto e le chiamate di disturbo o scherzo (circa il 6,3% del totale).  Anche il contatto via chat è aumentato del 6,5% rispetto al trimestre precedente con circa 7720 chat registrate. 

Ma chi contatto il servizio? Per lo più è la vittima stessa in una percentuale in costante crescita progressiva, poi troviamo la rete famigliare e, infine, la rete sociale (amici, vicini di casa, conoscenti, colleghi di lavoro). 

Dalla Sardegna sono arrivati circa 231 contatti, il 2,3% del totale. Il rapporto specifica che non tutte le vittime conoscono il servizio e che le utenti che contattano scoprono il servizio attraverso internet (circa 3 su 4). 

Altra indagine interessante è quella dell’ISTAT sulla violenza di genere contro le donne dentro e fuori la famiglia (2025): nonostante i dati per le isole ci collochino in linea con i dati del nord-Italia per quanto riguarda la violenza psicologica perpetrata dal partner, non vale lo stesso per i dati sulla violenza psicologica perpetrati dall’ex, il valore più alto d’Italia.

Per violenza psicologica si intendono tutti quei comportamenti ripetuti atti a controllare, umiliare, minacciare, intimidire, isolare o manipolare, finalizzati a limitare la libertà, l’autostima e l’autonomia della vittima. Anche per quanto riguarda la violenza economica da parte di partner ed ex partner (tutti quei comportamenti atti a controllare o limitare l’accesso alle risorse economiche della vittima, impedendole di raggiungere o mantenere l’autonomia finanziaria) i dati dell’incidenza del fenomeno nelle isole sono più alti rispetto al resto d’Italia. In effetti, oltre a qualche dato sui femminicidi resi disponibili dal Ministero dell’Interno, ai dati annuali Istat e di alcune associazioni nazionali preposte al contrasto del fenomeno, non c’è una vera banca dati strutturata per regione o una rassegna dei dati messi a disposizione dai singoli enti o di un registro unificato degli stessi.

Questo rende più complesso l’osservazione e lo studio del fenomeno e, di conseguenza, delle possibili iniziative di contrasto. L’attuale governo, d’altronde, è capace di affermare che i femminicidi sono in diminuzione, senza però avere un sistema di raccolta dati che ne permetta lo studio nelle sue fasi precedenti. Non bisogna aspettare le morti prima di iniziare a monitorare seriamente il fenomeno, soprattutto quando è l’Istat ad osservare che in Italia sono 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale a partire dai 16 anni di età. 

Date queste premesse abbiamo deciso di intervistare la Dott.ssa Luisanna Porcu, psicologa e psicoterapeuta, consigliera della rete nazionale DiRE e coordinatrice del Centro Antiviolenza Onda Rosa di Nuoro. 

Il fenomeno della violenza di genere in Sardegna ha avuto numeri stabili negli ultimi anni o ritiene siano aumentate numero di denunce e di chi chiede aiuto?

Noi di Onda Rosa partiamo sempre da una distinzione fondamentale: il numero delle denunce, delle chiamate al 1522 e degli accessi ai Centri antiviolenza racconta la parte della violenza che riesce a emergere, mentre una parte molto più ampia resta ancora dentro le case, nelle relazioni familiari, nei piccoli paesi, nei luoghi di lavoro e nella vita quotidiana delle donne.
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere le richieste di aiuto. Incontriamo più donne e incontriamo situazioni sempre più complesse, nelle quali la violenza fisica si intreccia con il controllo psicologico, la violenza sessuale, la dipendenza economica, la sorveglianza digitale, le minacce sui figli, la precarietà abitativa e l’isolamento territoriale. Questo aumento ci parla certamente di una maggiore capacità delle donne di riconoscere ciò che stanno vivendo, ma ci parla anche della forza con cui la violenza maschile continua ad attraversare la nostra società.
Per noi la violenza sulle donne rappresenta un fenomeno strutturale che nasce dentro una cultura che educa ancora gli uomini al possesso e le donne alla disponibilità, alla cura, alla sopportazione e alla responsabilità delle relazioni. Per questo guardiamo con attenzione ai numeri, sapendo che ogni numero contiene una storia e che tante storie restano ancora fuori dalle statistiche.
La crescita delle richieste di aiuto richiede una risposta politica stabile, fatta di Centri Antiviolenza femministi, Case rifugio, risorse certe, lavoro, casa, trasporti e servizi capaci di accompagnare concretamente la libertà delle donne. La violenza emerge quando una donna trova un luogo nel quale la sua parola viene accolta e riconosciuta. Noi di Onda Rosa lavoriamo ogni giorno perché quel luogo esista.

Il report del progetto regionale sardo Mariposa ci dice che dal 2015 al 2024 le chiamate al 1522 sono aumentate di quasi il 40%. Secondo lei tali numeri riflettono realmente la portata del fenomeno o la percezione delle donne sarde nei confronti della violenza? C’è più consapevolezza? “Meno omertà”?

Quei numeri raccontano entrambe le cose. Raccontano la presenza profonda della violenza maschile nella vita delle donne e raccontano anche una maggiore possibilità di darle un nome.
Nel lavoro quotidiano di Onda Rosa incontriamo donne che arrivano al Centro dopo anni di controllo, svalutazione, isolamento, ricatti economici e rapporti sessuali subiti. Spesso hanno vissuto a lungo pensando che quella fosse gelosia, carattere, amore difficile o conflitto di coppia. Il lavoro politico dei Centri antiviolenza, le campagne pubbliche e la parola delle altre donne hanno aperto uno spazio di riconoscimento.
Parlare di omertà rischia di spostare ancora una volta la responsabilità sulle donne. Il silenzio viene costruito dalla paura, dalla dipendenza economica, dalla vergogna, dal giudizio sociale, dalla presenza dei figli, dalla sfiducia nelle istituzioni e dalla consapevolezza che uscire dalla violenza può significare perdere la casa, il lavoro, le relazioni e la stabilità quotidiana. Nei piccoli centri della Sardegna questo peso cresce attraverso la vicinanza delle famiglie, la scarsità dei servizi, le difficoltà nei trasporti e l’assenza di anonimato.
Noi di Onda Rosa leggiamo l’aumento delle chiamate come una crepa aperta nel silenzio. Le donne possiedono più parole, riconoscono prima il controllo e cercano luoghi nei quali essere ascoltate. Questa maggiore consapevolezza rappresenta un risultato importante del femminismo e del lavoro dei Centri antiviolenza. Allo stesso tempo ci ricorda quanta strada resta da percorrere, perché una donna chiede aiuto quando percepisce una possibilità concreta di libertà.
La responsabilità collettiva consiste nel rendere quella possibilità reale. La consapevolezza delle donne cresce; adesso devono crescere la responsabilità degli uomini e la capacità delle istituzioni di stare dalla parte della libertà femminile.

Quali sono i grandi limiti delle istituzioni nel proteggere una donna vittima di violenza?

Il limite più grande emerge quando le istituzioni guardano il singolo episodio e perdono la storia complessiva della violenza. La violenza maschile si costruisce nel tempo attraverso controllo, paura, isolamento, minacce, umiliazioni, ricatti economici e uso dei figli. Quando questa trama viene letta come conflitto di coppia o difficoltà familiare, la responsabilità dell’uomo si dissolve e la donna diventa la persona da valutare, osservare e mettere alla prova.
Noi di Onda Rosa vediamo spesso un rovesciamento doloroso: la donna subisce la violenza e poi deve cambiare casa, lasciare il lavoro, trasferire i figli, modificare ogni abitudine, ripetere il proprio racconto davanti a persone diverse e dimostrare continuamente di essere credibile. L’uomo che ha agito la violenza continua invece a muoversi dentro la propria vita con molte meno limitazioni.
Un altro limite riguarda la frammentazione. Giustizia penale, giustizia civile, servizi sociali, sanità e forze dell’ordine spesso lavorano con linguaggi e letture differenti. La donna viene così trascinata da un ufficio all’altro e la sua storia perde unità. I figli diventano terreno di contesa e la violenza esercitata dal padre viene separata dalla sua capacità genitoriale, come se il controllo e il terrore esercitati sulla madre restassero fuori dalla vita dei bambini.
La tutela vera richiede tempi rapidi, valutazioni del rischio continue, allontanamento dell’uomo violento, misure efficaci e condizioni materiali che permettano alla donna di scegliere. Casa, reddito, lavoro, mobilità, assistenza legale e continuità scolastica per i figli rappresentano strumenti di libertà. Senza queste condizioni, l’uscita dalla violenza resta un percorso affidato quasi interamente alla forza individuale della donna.
In Sardegna la geografia pesa moltissimo. Le distanze, i collegamenti insufficienti, la scarsità di abitazioni e le poche opportunità lavorative possono diventare vere forme di intrappolamento. La libertà arriva quando una donna può decidere dove vivere, come mantenersi e quale futuro costruire per sé e per i propri figli. Le istituzioni devono smettere di chiedere alle donne quanto siano capaci di adattarsi alla violenza e devono cominciare a chiedersi quanto siano capaci di fermare gli uomini che la agiscono.

Alla luce delle recenti condanne della CEDU all’Italia per aver perpetrato vittimizzazione secondaria all’interno dei tribunali, pensa che la formazione per il personale delle forze dell’ordine, dell’ordine degli avvocati e delle istituzioni sia ancora forte e presente oppure necessità di una revisione e riproposta?

La formazione esiste, ma la sua presenza formale produce risultati ancora troppo fragili e diseguali. Noi di Onda Rosa incontriamo operatrici e operatori preparati, capaci di ascolto e consapevoli delle dinamiche della violenza. Incontriamo anche prassi segnate da stereotipi, letture del conflitto, giudizi sul comportamento delle donne e domande che continuano a cercare nella vittima una responsabilità per ciò che ha subito.

Le recenti condanne europee mostrano che il sessismo istituzionale vive anche dentro il linguaggio tecnico, negli interrogatori, nelle consulenze, nelle decisioni e nella valutazione della credibilità. Una donna viene giudicata per il modo in cui parla, per il tempo impiegato a denunciare, per la relazione mantenuta con l’uomo, per la propria sessualità, per la paura mostrata oppure trattenuta. In questo modo il procedimento giudiziario può diventare una nuova esperienza di violenza.

La formazione deve essere obbligatoria, permanente e verificata nei suoi effetti concreti. Deve riguardare forze dell’ordine, magistratura, avvocatura, consulenti tecnici, servizi sociali, sanità e personale scolastico. Deve partire dal controllo coercitivo, dal trauma, dalla violenza sessuale, dalla violenza economica, dalla violenza digitale e dall’uso dei figli come strumento di ricatto. Deve soprattutto essere costruita insieme ai Centri antiviolenza femministi, perché la conoscenza prodotta nell’ascolto delle donne rappresenta un sapere politico e professionale insostituibile.
Servono supervisione sui casi, verifica delle decisioni, responsabilità davanti agli errori e capacità di riconoscere gli stereotipi anche quando assumono la forma apparentemente neutra della tecnica.

La formazione degli adulti interviene quando molti modelli culturali hanno già messo radici. Per questo la prevenzione deve cominciare nella scuola. L’educazione sessuo-affettiva, laica, scientifica e adeguata all’età offre a ragazze e ragazzi parole per conoscere il corpo, il desiderio, il consenso, i confini, il rispetto e la reciprocità. Offre strumenti per leggere la pornografia violenta, gli stereotipi e i modelli di possesso che attraversano le relazioni.

Le scelte politiche che subordinano questi percorsi all’autorizzazione familiare trasformano un diritto educativo comune in un’opportunità accessibile solo ad alcune ragazze e ad alcuni ragazzi. La scuola possiede una responsabilità pubblica e deve garantire a tutte e tutti gli strumenti per riconoscere la violenza e costruire relazioni libere. Il consenso rappresenta una competenza fondamentale della cittadinanza, insieme al rispetto della libertà e dell’integrità delle altre persone.

Noi di Onda Rosa vediamo nella prevenzione una scelta politica decisiva. Le leggi intervengono quando la violenza è già avvenuta. L’educazione può trasformare il terreno culturale nel quale quella violenza nasce e viene giustificata. Educare alla libertà delle donne significa mettere in discussione il potere maschile, la disponibilità pretesa dei corpi femminili e l’idea che l’amore autorizzi il controllo. È da qui che nasce una società capace di stare davvero dalla parte delle donne.

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