I Tempi Sospesi di Daniel Zanca

Daniel Zanca nasce a Tunisi il 21 agosto 1957. Non sono solita nell’iniziare a presentare un artista dichiarando il suo anno di nascita, ritengo che non siano gli anni tantomeno il tempo di vita vissuto che fanno di una persona un’artista ma nel caso di Daniel Zanca questo è un dato molto rilevante: nel 1957 la Tunisia ha subito una trasformazione significativa, passando da Regno a Repubblica, a seguito dell’indipendenza dalla Francia il 25 luglio 1957.  

Daniel nasce pertanto in un momento di grande cambiamento per un Paese, da aggiungere a questo  dato le sue origini familiari: mamma francese e papà italiano: in lui hanno confluito anni di storia, di  grandi transizioni e influenze fra paesi e popoli che si sono uniti, fusi, amalgamati a seguito di decisioni politiche ed economiche che erano al di spora del popolo ma che andavano ad influenzare  profondamente la vita di ogni singola persona semplice come Daniel Zanca.  

Daniel vive tutto ciò fino all’età di 18 anni, età in cui avviene un altro forte stravolgimento della sua  vita: la sua famiglia decide di andare a vivere in Francia: si doveva ritornare in patria.  

Perché vi racconto tutto questo? Perché Daniel porta con sé tutto questo ogni giorno, non come  ricordo, memoria nostalgica o trauma; porta con sé tutto questo ogni giorno come fonte di ispirazione.  

Daniel vive serenamente la FLUIDITÀ degli eventi, la velocità del tempo che SCORRE LIQUIDO,  ritiene che questo continuo SCIVOLARE sia necessario alla vita e soprattutto alla sua vita, senza il continuo MUTAMENTO non esiste progresso tantomeno innovazione: la sua vita è una continua  ricerca.  

Cosa cerca Daniel? Daniel cerca l’”EMOZIONE DELLA SCOPERTA”, non come esperienze privata  ma come momento di condivisione, attraverso il dialogo, il confronto, come dice lui: “CI  INTERSACAMBIAMO”, che in italiano ha un suono strano detto così, ma che prende significato nel momento in cui subito dopo lui aggiunge un “VOILÀ” accompagnato da un sorriso che rompe ogni muro, ogni diffidenza e ogni ristagno e si apre un nuovo mondo: il mondo del dialogo, del confronto,  dell’”INTERSCAMBIO”. 

Spesso mi capita di iniziare una conversazione con Daniel dove lui esordisce dicendo: “HO  SCOPERTO UNA NUOVA OPERA”. Le prime volte non capivo, pensavo fosse un problema di  traduzione dal francese all’italiano, solo attraverso le sue opere sono riuscita a capire cosa Daniel mi  volesse dire ogni volta con quella frase, che tradotta in linguaggio comune sarebbe “HO CREATO  UNA NUOVA OPERA!”. Detta così però la traduzione dal francese questa volta è proprio sbagliata. 

Daniel, quando crea un’opera non la crea e basta, ma la SCOPRE e il primo a scoprirla è proprio lui  nel momento in cui si sente di aver terminato: durante il suo operare si lascia guidare dal pensiero  fluido in continuo mutamento, dalla volontà di ricerca e di SCOPERTA. Scoperta di cosa? La scoperta è sempre di un tesoro, qualcosa di prezioso, misterioso, unico e inestimabile, un messaggio nascosto da decifrare, il codice di connessione con un altro essere vivente, come nelle favole da bambini che da piccoli ci emozionavano tanto, ci incuriosivano e ci stimolavano a conoscere cose nuove.  

Daniel stesso dice: “La scoperta di un tesoro è affascinante perché, in quel momento, si ferma il tempo  e ritengo che quando si ferma il tempo, vale a dire quando riusciamo a far fermare il tempo nella  nostra mente anche solo per un istante, da qui il titolo della mostra “TEMPI SOSPESI”, noi umani,  scopriamo tantissime cose: senso della vita, mondo e presenza continua e soprattutto ciò che ci  aspetta!  

Tutto quello che vi sto raccontando è ciò che troverete nelle opere che l’artista propone, solo alcune delle quali sono oggi a voi visibili in questa magnifica location, la Cantina Dionigi.  

TRE sono le parole chiave che, secondo me, ci permettono comprendere e di osservare con onestà visiva le opere di Daniel Zanca:  la prima è “OSSERVARE LENTAMENTE”: dobbiamo permettere e dare il tempo ai nostri  occhi di osservare ciò che stiamo guardando con lentezza, riducendo la velocità della nostra  mente di acquisire immagini in modo automatico, permettendo così al nostro pensiero di diventare calmo, concedendo a noi stessi di comprendere e iniziare a far dialogare ciò che stiamo guardando con ciò che stiamo pensando.  

La seconda è “EMOZIONARSI”: emozionarsi di quell’emozione del bambino che scopre, che vede per la prima volta, che rimane stupito dall’inaspettato, che si trova incuriosito da  qualcosa che non aveva mai visto, l’emozione del mistero svelato. La terza è “DIALOGARE”, dal vocabolario italiano: “scambio di idee, confronto di opinioni  mirante un chiarimento o un accordo”. E con chi dobbiamo dialogare: in primis con noi stessi. 

Parlo di dialogo interiore, quello che facciamo fin da bambini; questa è infatti un’abitudine  che nasce dall’infanzia e che serve ad interiorizzare le conversazioni che i bambini fanno con gli adulti, usandole come modello per parlare con sé stessi, per concentrarsi e tranquillizzarsi. Studi hanno dimostrato che tale discorso privato aiuta i bambini a regolarizzare le emozioni, permette di modificare la versione che hanno di loro stessi e quella che presentano all’esterno.  

Porsi davanti ad un’opera di Daniel crea a primo impatto indeterminatezza, perplessità e irrisolutezza. Tutte emozioni corrette e pertinenti alla situazione.  

Quello che chiedo oggi ai presenti è di porsi davanti a queste opere osservando lentamente,  facendo sì che l’emozione della scoperta, quella che abbiamo dimenticato da bambini, abbia il tempo di riemergere, permettendo l’apertura ad un dialogo con voi stessi, mantenendo la vostra  identità di individui ma iniziando a gestire adeguatamente i vari scenari che l’immagine propone  fino ad individuare quello che vi appartiene.  

Vi posso assicurare che scoprirete qualcosa di inaspettato, qualcosa che penserete possa appartenere solo a voi e che magari ritenete incondivisibile. Ma se concedete al vostro dialogo interiore di trasformarsi in parola e confronto verbale con l’artista, vi assicuro che la sorpresa sarà  ancora più grande e meravigliosa. (Maria Emilia Ciannavei)

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