Dopo Bari sardo. La vendetta non è giustizia

(articolo di Jessica Ponti) – E’ il 22 luglio quando a Bari Sardo il diciannovenne Simone Concas investe volontariamente una ragazza che perseguitava da settimane. Il fratello sedicenne della giovane ha reagito sul posto, colpendo mortalmente Concas con diverse coltellate. Il minorenne si è poi costituito ed è attualmente in carcere. Quotidiani regionali, nazionali e persino europei hanno descritto, a volte anche con un’inutile attenzione ai dettagli più cruenti, le scene dell’omicidio a Bari sardo. Fin dal primo giorno si sono susseguiti articoli che riportavano informazioni inesatte sull’età, sul grado di relazione tra i personaggi coinvolti e persino sulle dinamiche: nel frattempo, due famiglie stavano vivendo il dolore più atroce della loro esistenza. Volendoci allontanare da questa pornografia del dolore e della violenza, decidiamo di dar voce a chi queste dinamiche le ha subite, le ha fatte proprie e ha costruito un percorso personale che mira a contrastare la violenza in tutte le sue forme. 

Veronica Ligas ha 20 anni, originaria di Gairo, paese della provincia Ogliastra. Nel 2022 Veronica perde suo cugino Riccardo Muceli, un omicidio che la segna profondamente. Da allora, da quando aveva 16 anni, non ha mai smesso di interrogarsi sulle ragioni strutturali che permeano la nostra cultura e la nostra società. Veronica, oggi studentessa di giurisprudenza presso l’Università degli studi di Cagliari, ha deciso di condividere una riflessione su come i giovani ogliastrini percepiscono la criminalità e la sicurezza: “Ci sono momenti in cui è difficile dire qualcosa. Perché ogni parola rischia di alimentare quella rabbia che una società intera sente addosso. E in questi giorni, da ogliastrina, sento per l’ennesima volta un profondo senso di amarezza. Non solo per quello che è accaduto, ma per quello che questo fatto lascia dietro di sé. Per quelle domande che i fatti stessi lasciano dietro. Quelle domande che non sono solo astratte.

In Ogliastra troppe famiglie sanno cosa significa convivere con un vuoto che non si colma, e con una rabbia che non si calma. Troppi di noi sanno cosa significa aspettare una persona che non tornerà più, o combattere contro una verità che sembra non arrivare. E sappiamo anche quanto, in quei momenti, sia difficile cercare risposte lente quando il cuore pretende risposte immediate. Risposte, che quasi sempre, soluzioni non sono”.

Qui l’accento è posto sulla miriade di commenti che, in preda alla rabbia, le persone pubblicano sui social ben consapevoli che anche le famiglie delle vittime possono leggerli. “Perché questa terra ci unisce e ci divide ogni volta che viene colpita dal dolore. E allo stesso modo ci divide quando iniziamo a parlare di giustizia, di legittima difesa, di vendetta. Forse c’è un punto da cui partire: la vendetta non è giustizia. E dobbiamo avere il coraggio di chiamarla con il suo nome. La legittima difesa è qualcosa che il diritto disciplina entro confini precisi, e così come tanti altri istituti giuridici, ma sul piano umano ed etico quei confini continuano a lasciarci pieni di domande. Nei confini certi del diritto, tra legale e illegale, eticamente qual è il confine tra legittimo e illegittimo? Qual è il sottile limite con il quale cadiamo nella giutificazione della legittimità di un’azione violenta? La vendetta non restituisce nulla. Non guarisce. Continua soltanto a macchiare le nostre strade di sangue”.

Gandhi diceva: “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”.

“Ed è qui – continua – che viene fuori il più intimo sentimento di una comunità lasciata a sé stessa. Riflessioni e domande che mi tormentano, ma una più di tutte continua a tormentarmi. Come si fa a non riconoscere la responsabilità di uno Stato che ha dimenticato questa terra? Uno Stato che, lasciandola inerme e priva di fiducia, ha finito per creare il terreno fertile in cui continuano a crescere quel desiderio di vendetta e quel concetto antico di balentia che ancora oggi ci appartiene. Quella balentia che, troppo spesso, ci fa mettere un’arresoa in tasca, anche in contesti in cui un’arma non dovrebbe mai esserci. È una linfa antica. Una linfa velenosa che, in parte, continua ancora oggi a scorrere nelle nostre comunità, nelle nostre radici. E dalla quale troppo pochi riescono davvero a prendere le distanze. È facile chiedere a chi ha sofferto di stare calmo. È facile chiedere lucidità a chi ha vissuto il pericolo. È facile dirci di avere fiducia nello Stato. Molto più difficile è chiedersi perché quella fiducia, qui, continui a spezzarsi. 

È più difficile chiedersi, come Stato, cosa si può fare davvero per un pezzo di terra che perde costantemente giovani, morti ammazzati. Perché la fiducia non è un atto dovuto. È un patto reciproco.

E ogni volta che lo Stato è assente, ogni volta che arriva tardi, ogni volta che una persona ha la sensazione di essere lasciata sola, quel patto si incrina un po’ di più, e sono proprio  quelle crepe che fanno insinuare l’idea più pericolosa di tutte: che la giustizia possa essere sostituita dalla vendetta. Dov’è il limite tra comprendere il dolore di una persona e finire, per legittimare la violenza come risposta?”.

Una continua esposizione alla violenza nel vuoto lasciato dalle istituzioni. “La vicinanza dello stato oggi non ci avrebbe fatto riflettere sul significato della giustizia privata, sul significato del cercare spasmodicamente un colpevole, dentro tragedie senza confini di dolori. 

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo impoverimento del linguaggio pubblico. La violenza è diventata sempre più spesso una metafora, uno slogan, un commento scritto di getto sui social. Ogni fatto di cronaca diventa un tribunale improvvisato. Un luogo dove sminuire e giustificare una morte.  Tutti si sentono giudici. Tutti emettono sentenze. Tutti indicano il colpevole, invocano punizioni esemplari, parlano di vendetta come se fosse una forma di coraggio. Tutti coloro che dal loro comodo divano si sciacquano la bocca di giustizia o vendetta, per poi scrollare con leggerezza subito dopo. La vendetta non è la vittoria della giustizia. La vendetta è il fallimento dello Stato”.

“La vendetta nasce dove la giustizia perde credibilità. In Sardegna il dolore non bussa una volta sola. Entra nelle case, si siede a tavola, percorre le stesse strade che percorriamo ogni giorno. E resta. Ha una memoria lunga, nei vincoli, negli scorci di terra.  Vive nei paesi che non dimenticano, nelle famiglie che imparano a convivere con un’assenza, nelle telefonate che cambiano una vita per sempre. Per questo, quando qui pronunciamo la parola giustizia, non stiamo parlando di qualcosa di astratto. Stiamo parlando delle nostre vite, delle nostre ferite e della speranza che nessuno debba sentirsi così solo da credere che la vendetta possa diventare una risposta.

Qui la parola giustizia ha un peso che va oltre lo Stato e le sue istituzioni. È una parola che spesso nasce dal bisogno di dare un senso a quelle chiamate che hanno spezzato equilibri, cambiato vite e lasciato domande a cui qualcuno deve ancora rispondere. È il tentativo di dare un senso a quelle morti e a quelle violenze che hanno lasciato dietro solo il bisogno di verità. Perché la giustizia privata, è solo il bisogno primordiale di vendetta, travestita da azione giusta”.

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