“Ospitalità e tante opportunità. Voglio ricreare una Sardegna qui, in Australia”. La storia di Cristina Moro

(articolo di Jessica Ponti) – Cristina Moro, classe 1992, originaria di Tortolì, in Sardegna, ci racconta della sua avventura di 13 anni, che l’ha portata dall’essere un Au-pair ad ottenere la cittadinanza australiana, aprire due attività e avviare un percorso per diventare dietologa. Una storia che parte dai disordini alimentari e dai pregiudizi per arrivare, attraverso tanti sacrifici, alla radice del fenomeno e all’aiutare altri che soffrono delle stesse patologie nel loro percorso. Il suo racconto vuole farci riflettere su come i giovani percepiscono le opportunità di crescita e la cultura del lavoro nel nostro paese. 

Cosa ti ha spinto a partire per l’Australia? Cosa hai lasciato indietro?

Sono partita a 21 anni e, prima di partire, ricordo che non credevo di potercela fare all’estero. In Italia non vedevo un futuro per me, avevo bisogno di cambiare aria, di andare in un posto dove nessuno mi conoscesse e provare a me stessa che ero in grado di cavarmela da sola. In Sardegna vivevo una situazione dove non mi sentivo apprezzata, mi sentivo come se non fossi capita o ricambiata. Non credo che, se fossi rimasta, sarei riuscita a raggiungere i miei obiettivi come invece mi è successo in Australia. Ho lasciato la mia famiglia e i miei amici, ho rinunciato a vederli spesso per poter costruire il mio percorso, passo dopo passo. Avevo paura di quello che avrei trovato ma non avevo nostalgia di ciò che avevo lasciato, eccetto per gli affetti. Quando ero in Sardegna, i miei problemi erano molto legati al fatto di come le persone mi vedessero e a quello che pensavano io fossi capace di fare. Ed è stata quella la ragione per il quale sono partita.

Quando sono arrivati i primi risultati concreti per te? Da quel momento in poi com’è stato?
Al mio arrivo ho lavorato come Au-pair per 7 mesi circa e dopo, siccome non sapevo bene l’inglese, ho deciso di andare a lavorare per una fabbrica di etichette in modo da avere più tempo per imparare la lingua; successivamente ho lavorato per un panificio per un breve periodo e, infine, trovai un lavoro in linea con la mia qualifica da parrucchiera. Qui venivo pagata una miseria, la metà dello stipendio previsto. Ho conseguito il diploma di scuola superiore interamente in inglese. Dopo un paio di mesi, trovai un’altra parrucchiera disposta ad assumermi con una posizione da manager. Sono rimasta lì fino agli anni del Covid-19, periodo in cui ho maturato la scelta di mettermi in proprio e aprire la mia prima attività. È stato proprio il Coronavirus a spingere tanti a tornare: o trovavi un modo per auto-sostenerti o dovevi tornare indietro. 

Quali le prime difficoltà che hai vissuto all’inizio?

All’inizio è stato molto, molto difficile: ero arrivata in una terra straniera con una lingua diversa che conoscevo ancora poco. Speri che la gente ti ascolti quando parli ma, in realtà, ti accorgi che sei sola. Comunque ho resistito e, un passo alla volta, ho fatto le cose che mi facevano più paura, anche se non sapevo cosa sarebbe successo. Ho dovuto pagare tanti soldi per visti e burocrazia, soprattutto per le consulenze, solo per poter rimanere in Australia. Tutti i miei sacrifici iniziali andavano a finanziare la mia permanenza lì. Nel momento in cui lavorai per la fabbrica di etichette, ho cominciato a realizzare come funzionasse il sistema Australiano. Ed è stato quel momento che mi ha fatto capire quanto preferissi stare qui invece che in Italia: non per il fatto che stessi lavorando in una fabbrica ma per il fatto che, nonostante non sapessi la lingua o non avessi nessun tipo di esperienza in quel campo, mi avevano assunta: il mio lavoro era quello di smistare le etichette e controllare quale etichetta fosse con un colore sbagliato; quindi, quando loro hanno scelto me era perché sapevano che avevo un occhio per il colore un po’ più sviluppato di altri. Anche quando ho avuto il secondo lavoro da parrucchiera manager mi hanno fatto capire che non è una questione di provenienza: a loro piaceva che lavorassi sodo, fossi onesta, puntuale e pulita. Mi hanno fatto capire che in Australia c’è qualcosa che in Italia non abbiamo: la valorizzazione delle qualità lavorative. Non dovevo avere conoscenze, dovevo semplicemente saper fare il mio lavoro. Avere delle competenze che potessero adattarsi in diverse tipologie di lavoro. Qui ho trovato anche tanta ospitalità, mi sono sentita accolta per come ero.

Hai pensato mai di tornare nei momenti di difficoltà? Cosa ti ha spinto a rimanere e a tenere duro?

Nonostante le mille difficoltà, non ho mai pensato di tornare in Italia, fino a qualche anno fa (ormai sono 13 anni qui). All’inizio, anche se le cose andavano male, non ho mai pensato di prendere il volo di ritorno. Ci sono stati periodi in cui non avevo 1 dollaro sul conto, mangiavo noodles da 20 centesimi o due fette di pane al giorno perché non potevo permettermi nient’altro. Ma persino quello, per me, era meglio che tornare indietro. Il pensiero di tornare mi spaventava più dei momenti di difficoltà. So che è un pensiero triste, ma qui ho conosciuto tanti italiani che la pensano come me. È la paura di tornare in Italia che mi ha fatto tenere duro fino all’ultimo. Ovviamente, ogni esperienza è diversa: molti decidono di tornare dopo un certo periodo, capiscono che non è il loro posto, ma per me non è andata così; anche se ho passato situazioni difficili e diverse da quelle che ti raccontano e che dipingono l’estero come la miniera d’oro (non è semplice, ma se sei disposto ad investirci tanto impegno, i risultati arrivano, come per ogni cosa).
 

Pensi che in Sardegna sarebbe andata diversamente?

 Se fossi rimasta in Sardegna sicuramente non avrei avuto quel tipo di crescita che mi avrebbe fatto arrivare dove sono arrivata e dove arriverò. Sicuramente sarebbe andata diversamente, ma sarebbe andata molto male. Partire è stata la cosa più importante, significativa e giusta che abbia mai fatto per me stessa. In Italia abbiamo troppi problemi e le persone che decidono di lasciarla non dovrebbero essere criticate ma applaudite. Lasciare casa propria è difficile, soprattutto quando non sai cosa puoi trovare dall’altra parte del globo.

Se guardassi al tuo futuro cosa vedi?

Soltanto ora che sono cresciuta, ho fatto le mie esperienze e ho raggiunto i miei obiettivi, solo ora ripenso a casa mia, ai miei genitori e sento arrivare la nostalgia. Ma, guardando al futuro, mi vedo in Tasmania, in una piccola cittadina, a lavorare come dietologa. E magari una farm. Vorrei crearmi quello che mi manca della Sardegna, però qui, nel posto che ho scelto, con la cittadinanza per la quale mi sono impegnata tanto.

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