Non tragga in inganno il dato, non si tratta di inverno demografico. Ci sono più italiani residenti all’estero, sei milioni e 400mila, che stranieri stanziali in Italia, cinque milioni e mezzo. Chi fugge dal nostro Paese sono i giovani, anche dalle regioni più evolute. Il saldo tra arrivi e partenze dice in modo inequivocabile che “questo non è un Paese per giovani”, per parafrasare il celebre libro di Corman McCarthy: l’anno scorso oltre 155mila connazionali se ne sono andati per cercarsi un futuro migliore.
I talenti giovani, tra i 18 e i 34 anni, dicono i dati, hanno aumentato nel 2024 le partenze del 48 per cento ed è da dodici anni che il dato è sempre in aumento. Dice la Fondazione Migrantes che è “una spinta migratoria legata a fragilità strutturali del Paese e a un sistema bloccato (lavoro precario, disuguaglianze territoriali, riconoscimento del merito) ma anche una dimensione di scelta, curiosità e progettualità personale. Il filo comune non è la fuga ma una scelta alla ricerca di dignità, riconoscimento e mobilità sociale”.
I guadagni all’estero sono il doppio o addirittura il triplo, anche in professioni in cui non è necessaria la laurea, come nel caso di operai, cuochi, autisti. Secondo la Fondazione Nordest tutto ciò costa all’economia italiana 134 miliardi di euro.



